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«Liberazione» - 29 aprile 2011
L'Africa del duce

Liberazione | venerdì 29 | aprile 2011 | 5

29 settembre 1911 L'"imperialismo straccione" si materializza in Africa

Cento anni fa l'aggressione italiana. Pro-memoria per Jalil

A partire dagli anni Venti sarà il regime fascista, con Graziani e Badoglio, a compiere ogni genere di massacro: in sei mesi sganciate 43mila bombe

Maria R. Calderoni
«Mai e poi mai noi libici vi considereremo invasori. E mai e poi mai abbiamo considerato voi italiani solo come colonizzatori». Così - almeno secondo quanto riferito in una intervista alla Stampa dal solito ilare Frattini - si sarebbe espresso l'Insorto per eccellenza, Mustafà Abdel Jalil, testé giunto in Italia, nella sua veste di presidente del Consiglio nazionale di transizione, a perorare, anzi a invocare, dal governo Berlusconi un diluvio di bombe sul suo paese. Parole sorprendenti, quelle del signor Jalil. Parole più che altro scandalose, che tradiscono nient'altro che la storia, sin troppo recente, del suo popolo, della Libia; e in special modo proprio della Cirenaica, di quella Bengasi di cui si sente scudo e difensore.
È il caso, ci sembra, di approntare, dunque, un rapido pro-memoria, Cirenaica e dintorni. Abbiamo tirato giù dallo scaffale un libro che ripercorre una certa storia: si intitola "L'Africa del Duce. I crimini fascisti in Africa" (Arterigere, 2008), di cui è autrice Antonella Randazzo, studiosa di Storia Coloniale e Diritti Umani. Giusto 100 anni fa - esattamente il 29 settembre 1911 - quello passato alla storia come "l'imperialismo straccione", cioè il colonialismo dell'Italia giolittiana, si materializza in Libia, in quella che viene chiamata la guerra italo-turca.
Una aggressione proditoria, che suscita scandalo all'estero e proteste in Italia, dove si arriva a far saltare le linee ferroviarie per impedire ai treni coi soldati di partire. Ci vorranno 100mila uomini per fronteggiare uno "sparuto nemico" di 10mila turchi e 25mila arabi, in un conflitto che si trascinerà per oltre un anno. E che vedrà, proprio qui in Libia, la "potente" Italia sperimentare per la prima volta dirigibili e aerei da bombardamento. Già pochi giorni dopo l'inizio della guerra, Tripoli è infatti bombardata; nel giro di un mese tutti i centri costieri fino a Tobruk subiscono la stessa sorte. Vinta ma non domata, la guerriglia libica anti-italiana non cessa mai e va avanti ininterrottamente dal 1911 al 1943, quando in Africa Rommel è sconfitto e in Libia arrivano gli inglesi. È proprio alla epopea della resistenza libica che il libro di Antonella Randazzo dedica un lungo capitolo, descrivendo "le gesta" della barbara repressione effettuata dal governo fascista a partire dagli anni Venti.
La chiamarono "pacificazione". «Nello stesso giorno in cui Mussolini assunse il potere, il 30 ottobre 1922, Graziani, partendo da Giado, attuò una serie di operazioni belliche, continuando la conquista della Libia avviata sotto Giolitti». E usando la mano dura, la più dura possibile, contro i ribelli. «In Libia si darà inizio ad una lotta senza limiti di crudeltà, per realizzare la riconquista definitiva», e stroncare la resistenza indigena. «Graziani e Badoglio saranno i maggiori artefici delle crudeltà commesse e dei massacri che saranno perpetrati». In Tripolitania Graziani "lavorò" dal 1922 al '23; in Cirenaica per sei anni, dal 1925 al '31: non fu bello per i libici. «Graziani fu il primo generale ad usare i gas in maniera sistematica, anche nelle operazioni di polizia». In Cirenaica, che è la parte più ricca del paese, la ribellione è guidata da un capo leggendario, un ex insegnante del Corano, Omar al-Mukhtàr, che coi suoi 3000 guerriglieri combatterà per vent'anni; e al quale non si darà tregua, fino a quando non verrà catturato e impiccato in un campo di concentramento. È una guerra spietata, tra rastrellamenti, eccidi di partigiani, rappresaglie sulla popolazione, distruzione di raccolti e bestiame. E bombardamenti all'iprite. Durante il suo governatorato in Cirenaica, Graziani infatti «impiegò in abbondanza le armi chimiche già utilizzate durante la Prima guerra mondiale»: quelle armi erano state proibite dalla Convenzione di Ginevra del 17 giugno 1925, ma il maresciallo se ne infischiò.
Nel '28, governatore unico di Tripolitania e Cirenaica è nominato Badoglio; e con lui si inaugura un vero e proprio sistema di terrore. Confisca ed esproprio totale del patrimonio delle tribù; arresto in massa dei capi; l'offensiva finale contro i ribelli viene sferrata a partire proprio dalla Cirenaica. «Senza pietà è sbarrata con campi minati la frontiera con l'Egitto, uccise le mandrie, bruciati i raccolti; e usati generosamente i gas contro civili inermi». Quanto alla popolazione dell'altopiano della Cirenaica (circa 100mila persone), è deportata in massa nei campi di concentramento della Sirte, un vero e proprio inferno, non solo per il caldo. Ci sono statistiche. «In oltre 40mila moriranno per fame, epidemie, violenze, uccisioni».
Non fu l'unica deportazione. Un'altra viene attuata dal Gebel: in 100mila costretti a lasciare i loro villaggi, «il viaggio durerà 20 settimane, durante le quali almeno 15 mila persone persero la vita».
Deve essere una vera caccia ai ribelli, sono gli ordini di Badoglio. E poiché, nonostante i lodevoli sforzi, i ribelli non cedono, si decide di trasferire i campi di concentramento nelle zone più terribili del deserto: nella Sirtica e nel sud di Bengasi. Non meno della metà della popolazione della Cirenaica è deportata in un solo anno. "Genocidio in Libia", è il titolo del libro (Manifestolibri, 2005), che Eric Salerno dedica al tema: dopo la "cura" Badoglio-Graziani, gli abitanti della Cirenaica risultano diminuiti di 60mila unità. Dall'Egitto arrivano armi e rifornimenti per i ribelli? Per impedirlo, allora si costruiscono 270 chilometri di reticolato, da Giarba a Giarabub, «l'opera sarà realizzata in sei mesi dalla manodopera di 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 carabinieri».
La Guernica libica si chiama Taizerbo, un'oasi a nord-ovest di Cufra, ritenuta un covo di ribelli e rifugio dell'imprendibile Mukhtàr. Allora, «il 31 luglio del 1931 quattro apparecchi Romeo, al comando del tenente colonnello Roberto Lordi, da Gialo arrivarono a Taizerbo, per sganciare 24 bombe da 21 chili ad iprite, 12 bombe da 12 chili con esplosivo e 320 bombe da 2 chili». Tutto nella norma. «Dal novembre del 1929 al maggio del 1930, furono lanciate 43.700 bombe in 1.605 ore di volo».
La chiamavano "Tripoli bel suol d'amore".

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