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«Il Giorno» - 11 aprile 2011
La vera storia del Tenente Mozzoni

MARTEDÌ 26 APRILE 2011 IL GIORNO - LA NAZIONE - IL RESTO DEL CARLINO QN CULTURA E SOCIETA' 39 il caffè

L'altra Resistenza - IL DOCUMENTO
SPALLONE PER IL CLNAI Dal 25 luglio '43 al 25 aprile '45 compie 85 passaggi attraverso il Bisbino per portare armi e vettovaglie ai gruppi di Giustizia e Libertà

La vita avventurosissima del tenente Mozzoni artista prestato alla guerra
Un aristocratico varesino tra le fila partigiane

Gabriele Moroni · MILANO

C'È CHI NASCE destinato all'anonimato, chi invece votato a una vita straordinaria. Gugliemo Mozzoni, antica nobiltà lombarda, grande quercia che mette le prime radici a Milano nel 1915. Uno dei nomi più prestigiosi dell'architettura moderna, progettista della Città Ideale, fusione di democrazia telematica e urbanistica avveniristica.
Prima giovinezza nella casa paterna a Biumo Superiore. Il liceo, la laurea al Politecnico milanese. La guerra travolge il tenente Mozzoni, poi capitano, e lo cala nei due anni di strabilianti avventure. Le racconta in «La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio al 30 aprile 1945 scritta e disegnata da lui», uscita in una edizione privata trent'anni or sono, pubblicata ora dalle Edizioni Arterigere di Varese (pagg. 176, euro 14), con introduzione e apparato di note curati dallo storico Franco Giannantoni. Pagine asciutte, antiretoriche e quasi scanzonate, disegni e schizzi raffinati, divertenti, nervosi, per una delle pagine meno conosciute della Resistenza: quella che gli Alleati alimentavano dalla vicina e neutrale Svizzera utilizzando come «spalloni» per il trasporto di armi, viveri, denaro un gruppo di soldati sconfinati nella Confederazione dopo l'8 settembre. Vita spericolata, densa di rischi, primo quello della cattura e della fucilazione.
Il 25 luglio e la caduta del fascismo colgono Mozzoni a Milano. Il comandante della piazza, Vittorio Ruggero, gli ordina di andare in piazza Sansepolcro a chiedere la resa dei fascisti. Mozzoni ci va a bordo di un sidecar guidato dall'attendente Baratelli e la ottiene senza colpo ferire.

L'ARMISTIZIO. Con dodici soldati Mozzoni raggiunge Varese, le alture del Brinzio, le montagnole della Martica, fra pace, silenzi e voli di beccacce. Il giovane capitano vorrebbe fare, agire, pensa di costituire una banda partigiana. Con un calesse che gli ha procurato il padre raggiunge a Cantello Poldo Gasparotto, il futuro comandante di Giustizia e Libertà che finirà fucilato nel campo di Fossoli. Gasparotto lo disillude: Varese «non risponde», i tedeschi la tengono saldamente, i pochi esponenti dei partiti antifascisti sono divisi.
Non rimane che la Svizzera. Gasparotto passa la frontiera con un messaggio di Gasparotto per Ferruccio Parri. Arrestato e separato dai suoi soldati, Mozzoni viene internato nel campo di Murren, nell'Oberland bernese. Ha una idea, quella che cambierà il corso della sua vita e gli farà percorrere le esperienze più incredibili. In cambio della liberazione offre le copie fotografiche di quarantadue pannelli realizzati fra il '39 e il '40, per conto dello Stato Maggiore, che raffigurano le fortificazioni e le strutture militari sul confine fra l'Italia e la Svizzera. Una manna per i militari elvetici che vivono con l'incubo quotidiano di una invasione tedesca.

IL PASSAGGIO successivo è l'incontro con Giuseppe Baggia, «Joe», rappresentante a Lugano del Clnai, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, e uomo di collegamento con gli Alleati. E' fatta. Con Edoardo Visconti di Modrone, Dino Bergamasco e Stefano Porta, Gugliemo Mozzoni sarà uno dei «quattro moschettieri» che porteranno armi e vettovaglie ai partigiani di Giustizia e Libertà disseminati fra il Comasco, la Val d'Intelvi e la Val d'Ossola, denaro e documenti ai capi a Milano. Mozzoni compie ottantacinque passaggi attraverso il Bisbino. Trasporta i mitra «Hispano Suiza», costruiti alla Hoerlikon di Zurigo, che ha ricevuto dall'Oss, il servizio di informazione americano a Lugano. In un solo viaggio trasferisce a Milano 36 milioni in pezzi da diecimila e un fascio di documenti segreti.
Il 23 gennaio 1945, mentre discende dal Bisbino con Giuseppe Glisenti e lo «spallone» Sandrino, finisce in bocca a una banda privata di razziatori della Rsi. Ha in tasca un documento che scotta: l'elenco degli agenti del carcere di San Vittore disposti a collaborare con la Resistenza. I tre vengono trascinati alla Capanna Murelli, in cima al monte, e messi al muro. Pare finita. Mozzoni tratta: «Sentite, la guerra è finita. Volete soldi? ».
Si accordano per 3 milioni di franchi svizzeri. Glisenti e Sandrino vengono spediti dal console americano a Lugano, James Bell, e ottengono il denaro del riscatto. Mozzoni festeggia a Lugano fra balli e champagne e il giorno dopo riprende la via della montagna.

NEL MARZO del 1945 il gruppo Mozzoni viene chiamato a Roma dal presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. L'inesauribile Guglielmo non riesce a fermarsi. Dopo un corso accelerato di paracadutismo, il 26 aprile, viene lanciato su San Siro, a Trenno. Fa parte della missione del maggiore Vincent, una delle numerose missioni alleate incaricate di catturare vivo Mussolini.
Per tanta guerra e tanta avventura Mozzoni non ha mai ricevuto medaglie né onorificenze. «L'unica medaglia - commenta ridendo - mi è arrivata dall'Unire, l'Unione nazionale razze equine, per via del mio lancio su San Siro».

LONDRA, 1970. Il maggiore Vincent presenta Mozzoni a Buckingham Palace. Per illustrare le tante attività dell'amico vorrebbe dire anche che «Gugliemo va a caccia ». Usa i termini «big bad cow». Traduzione: «Gugliemo è una vaccaccia». La regina madre Mary sorride regalmente, la principessa Margareth ride a crepapelle.


ARRESTATO DAGLI SVIZZERI
In cambio della libertà consegna le copie di 42 pannelli realizzati nel '40 con le fortificazioni sul confine italo-elvetico

MESSO AL MURO DAI FASCISTI
Di fronte al plotone d'esecuzione riesce a trovare la freddezza e convince i repubblichini a fare una trattativa




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