«Le Monde diplomatique» - 15 febbraio 2011
Il pane bianco

Le Monde diplomatique il manifesto FEBBRAIO 2011 23
recensioni e segnalazioni diPloteca


IL PANE BIANCO
Onorina Brambilla Pesce

Edizioni Arterigere, 2010, 14 euro

Onorina Brambilla ha appena ventuno anni quando, a causa dell'attività di una spia, viene arrestata dalle Ss, torturata e poi, dopo un periodo di detenzione al carcere di Monza, inviata al campo di concentramento di Bolzano. Una ragazza cresciuta nei quartieri operai e popolari di Milano, abitati da lavoratori e lavoratrici per i quali, durante il ventennio fascista, il silenzio non ha mai significato consenso verso la retorica di regime, ma anzi ha spesso avvolto e protetto il lavoro di opposizione clandestina posto in essere dalle «minoranze attive» che non cessarono nel corso dei decenni di garantire nel paese una presenza organizzata di classe.
Così, per Nori e molti altri giovani proletari la scelta della lotta clandestina sarà un passaggio naturale ed inevitabile, un compito da assumere senza tentennamenti e senza pietà verso un nemico feroce. Nori diventa così la gappista «Sandra», una delle «signorine tritolo» che, pedalando in bicicletta da un capo all'altro della Milano occupata, contribuirà a seminare il terrore tra le fila dei nazifascisti. E che, tra un'azione e l'altra, conoscerà l'uomo destinato a diventare il suo compagno di vita: Giovanni Pesce, il leggendario comandante partigiano che si presenta all'appuntamento dell'8 settembre forte dell'esperienza maturata nelle trincee repubblicane spagnole.
Dalla testimonianza di Onorina affiora il racconto, sobrio e austero, di una «scelta di vita» che, compiuta nel ferro e nel fuoco del «secolo breve», si è tradotta in una lunga e mai abiurata milizia politica per l'emancipazione dei subalterni e degli sfruttati.
Dai ricordi e dalle lettere ai familiari inviate dal campo di concentramento raccolte in appendice a Il pane bianco emerge una figura di donna e di militante che, nella sua concretezza e nella sua statura morale, costituisce un'evidente quanto definitiva smentita delle tesi che vorrebbero descrivere le biografie dei dirigenti e dei militanti del comunismo novecentesco alla stregua di una macabra galleria di maschere tragiche e grottesche. Per questo la pubblicazione di tale testimonianza supera i limiti della mera memorialistica e sollecita chi legge a una riflessione non priva di attualità e di progettualità.
ALYOSHA MATELLA

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