«Il Giorno» - 11 febbraio 2011
Il pane bianco
UNA VICENDA DA ROMANZO
E Sandra in bicicletta correva verso la libertà
La dura vita da combattente di Onorina Pesce
di GABRIELE MORONI
-MILANO-
STORIA di Onorina. La partigiana Onorina Brambilla, «Sandra» nome di battaglia nei Gap, i Gruppi di azione patriottica, compagna di lotta e vita di Giovanni Pesce, il comandante «Visone». Arrestata, torturata, internata in un campo a Bolzano dove, mai doma, riesce a partecipare all'attività clandestina. Intanto scrive alla mamma lettere traboccanti affetto, maschera le sue condizioni di non vita, le percosse, le privazioni quotidiane e chiede sale da dividere con le altre e pane. Pane bianco.
E «Il pane bianco» è il titolo del libro autobiografico di Onorina Brambilla Pesce (Edizioni Arterigere, pagg. 294, euro 14), uscito da una conversazione con il giovane storico Roberto Farina, con una intensa prefazione di Franco Giannantoni, che ha curato anche l'impianto delle note.
È GIOVANE, Onorina, figlia di operai milanesi. È graziosa. «Rischierai di essere uccisa - l'avvertono quando annuncia di voler entrare nei Gap - o torturata. La tortura è la cosa più terribile. Hai visto come si salta, solo a bruciarsi un dito con un cerino?».
Ci pensa. Pensa anche alla sottoveste di seta rosa che come tutti i suoi vestiti è stata cucita dalla mamma. «Peccato», riflette, ma non recede dalla decisione presa. Viene catturata il 12 settembre 1944 per una delazione. Poche ore ancora e la sottoveste rosa sarà a brandelli e intrisa di sangue dopo le sevizie, le bastonature che le sono state inflitte nella Casa del Balilla di Monza dal sergente Wernig e dal suo braccio violento, l'«ucraino» dal volto butterato che siede paziente, compostamente seduto, in attesa di ordini, il «gatto a nove code» poggiato sulle ginocchia.
ONORINA racconta quella pagina terribile con realismo, senza retorica. Anche mentre la frusta le piaga la schiena rimane la temeraria che attraversava Milano in tram trasportando pesanti pacchi di esplosivo. Audace e un po' sbarazzina in un momento tanto drammatico: «Ad un tratto, non so come, mi trovai sotto la scrivania. Forse mi ero divincolata ed ero riuscita a buttarmi a terra, in cerca di un riparo. Di quel breve momento ho un ricordo vivido: avevo davanti agli occhi la gamba di Wernig e provai la tentazione di scattare avanti e morderla con gioia».
C'È UN CONFRONTO al quale Onorina Brambilla non si sottrae: quello con la parola «pietà». «No, non ho mai avvertito un sentimento di pietà nel corso della lotta», ha detto un giorno in una ricostruzione storiografica dove si parlava di lei. Nel libro ribadisce più volte un principio: «Quando i nazifascisti riuscivano a prenderci ci massacravano. Noi non avevamo scampo. E allora quale avrebbe dovuto essere il nostro sentimento? Era la guerra, una guerra spietata, lunga, a tratti disperata. Da qui il mio giudizio che non è frutto dell'odio ma di quella partita estrema in cui in gioco c'era la libertà».
C'È LA MILANO dilaniata dal conflitto civile. E quella ansiosa, alacre, della ricostruzione, dove la società agricola si fa operaia, la fabbrica soppianta la cascina. Fino alla soglia di altri anni terribili. È il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Onorina e Giovanni avvertono il fragore dell'esplosione e come tanti pensano a una caldaia saltata in aria fino a quando qualcuno non li informa: «Hanno messo una bomba in piazza Fontana». Il distacco di Giovanni avviene nel 2007 e qualcosa della moglie se ne va, si accomiata con lui, una parte della vita di Onorina che da allora non sarà più la stessa dopo anni di simbiotica convivenza con il compagno.
«FORSE - avverte Giannantoni - Onorina non ha raccontato tutto. Anzi ha taciuto molto, della giornata delle torture a Monza, del ruolo militare che ha ricoperto. Per orgoglio, per dignità. Avrebbe voluto salire in montagna, si è trovata a lottare in città. La sua è la storia di una donna che si ribella, che si rivolta. Da commentare con i versi di una poesia di Brecht: "Venni tra gli uomini al tempo della rivolta e mi ribellai con loro"». Oggi Onorina Brambilla Pesce ha ottantasette anni. Quando cala il sole chiude le persiane perché non ama il buio della notte.
LA TORTURA
Catturata dai tedeschi la giovane fu frustata col gatto a nove code
UN LUNGO MATRIMONIO
Tornata libera, sposa il comandante Visone del quale è vedova dal 2007
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