«Triangolo Rosso» - gennaio-marzo 2011
Il pane bianco
Catturata dalla Gestapo resistette alle torture. Deportata nel lager di Bolzano, dopo la Liberazione si sposò a Milano con il suo comandante Giovanni Pesce
Il "pane bianco" di Onorina Brambilla, la partigiana Sandra
di Franco Giannantoni
Onorina Brambilla "Sandra" è stata per oltre sessant'anni l'amatissima moglie di Giovanni Pesce Visone, il "suo" comandante militare, il maestro di vita, la stella cometa di ogni suo passo.
Il libro autobiografico, agile, originale per la formula e la cadenza storiografica utilizzata, emozionante perché non tace nulla, curato da Roberto Farina, un giovane studioso che si è avvicinato alla materia in punta di piedi e con il rigore dovuto, restituisce a questa donna generosa e forte che, caduta nelle mani delle SS, ha saputo resistere alle sevizie e più tardi alla durezza del lager di Bolzano, la sua autonomia di partigiana combattente, in parte, non dico strappata, ma certo offuscata dalla dirompente figura di Visone di cui poco dopo la Liberazione sarebbe diventata la sposa.
Onorina ha le idee chiare su quella che era stata la "sua" Resistenza
Una scelta quella delle nozze mentre Milano era ancora una sola immensa maceria, come altre compiute nella sua esistenza, fortemente voluta, uno sbocco naturale di quell'appassionato, intenso, solido amore cresciuto nel '44 fra le bombe e gli spari, gli attentati e gli agguati, sino alla traumatica, inattesa interruzione dovuta alla sua cattura nel cuore della città per la trappola tesale da uno dei tanti provocatori al servizio dell'occupante. Per me che conosco Onorina Brambilla da molti anni e di cui, in varie circostanze, ho avuto modo di raccogliere i ricordi più lontani e i giudizi politici e morali ma anche i tormenti e le speranze, spesso velati da un'innata ritrosia, è un'occasione felice, anche insperata, di poter ripercorrere con qualche osservazione questo lungo dignitoso cammino affidato allo scritto di cui semmai resta insoluto l'interrogativo del ritardo con cui è stato affidato al lettore.
Sandra è stata ufficiale di collegamento equiparata al grado di sottotenente dell'Esercito italiano dal marzo al settembre del '44 e non solo una semplice staffetta, una categoria in cui indistintamente si è voluto confinare troppo spesso la figura femminile, dopo aver dato prova di tutte quelle doti che, poco più che ragazza, aveva mostrato di disporre, educazione, rigore morale, fermezza di carattere, efficienza.
"No, non ho mai avvertito un sentimento di pietà nel corso della lotta", aveva osservato, durante una ricostruzione storiografica che la riguardava, tanti anni fa, nella bella casa di Rapallo da cui si dominava il mare e dove trascorreva con la famiglia lunghi periodi di riposo accogliendo a turno con gioia e generosità compagni di partito, ex partigiani, uomini politici, intellettuali. Un principio ribadito più volte anche in questo libro. "Quando i nazifascisti riuscivano a prenderci ci massacravano. Noi non avevamo scampo.
E allora quale avrebbe dovuto essere il nostro sentimento? Era la guerra, una guerra spietata, lunga, a tratti disperata. Da qui il mio giudizio che non è frutto dell'odio ma di quella partita estrema in cui in gioco c'era la libertà".
"Nel corso della lotta, no, non ho mai avvertito un sentimento di pietà..."
Fiera, non vendicatrice, Onorina ha le idee chiare su quella che era stata la "sua" Resistenza e non le ha mai cambiate, difendendole e rafforzandole nella stagione dell'immediato dopoguerra dove lo scontro politico fra i partiti politici di maggior peso, il Pci e la Dc, si era fatto durissimo, poi durante gli anni torbidi ed insanguinati del terrorismo quando i tristi epigoni di una violenza cieca e pseudo rivoluzionaria avevano preso di mira i rappresentanti dello Stato e della società civile ed infine, più di recente, nella fase, del revisionismo storiografico teso a ridurre la portata della Resistenza e a criminalizzare l'esercito partigiano soprattutto nella turbinosa parentesi post insurrezionale.
Figlia di operai, Maria e Romeo, una sorella minore d'età Wanda, come migliaia di ragazze del suo tempo aveva toccato con mano la sofferenza della guerra, le privazioni, il terrore dei bombardamenti, la fame, la disagiata condizione delle famiglie proletarie.
A Milano si cominciarono a manifestare i primi lampi della Resistenza armata
Non aveva fatto fatica ad abbandonare la casa e il lavoro domestico quando ne aveva avvertito la necessità. "A dire il vero il mio desiderio era di raggiungere in montagna una brigata 'Garibaldi' magari quella di Moscatelli in Valsesia - mi aveva confidato - poi ebbi l'opportunità di combattere nella mia città. Ce n'era bisogno e accettai la proposta che mi era stata rivolta. Quello che mi interessava era dare comunque il mio contributo alla causa, non stare a guardare". Che fosse questa la strada, Onorina me lo aveva svelato passo dopo passo quando si era addentrata nei percorsi di una memoria che non mostrava falle. Erano stati i primi lampi di un'avventura che avrebbe imposto un prezzo elevatissimo di vittime. "Erano i primi giorni dopo l'armistizio e rispondendo ad un appello popolare che in quelle ore era corso di bocca in bocca, mi gettai con alcune amiche alla ricerca affannosa di un non meglio precisato Centro d'arruolamento della Guardia nazionale che si apprestava ad armare i cittadini per resistere ai tedeschi. L'organizzatore, lo sapemmo poi, era Poldo Gasparotto, leader azionista, grande patriota, fucilato dai tedeschi poco fuori il campo di Fossoli nel giugno del '44, ma non riuscimmo a trovare il luogo dell'appuntamento. Purtroppo il sogno di costituire un abbozzo di esercito di popoìo fallì e qualche ora dopo il generale Vittorio Ruggero, comandante militare della Piazza di Milano, al termine di un lungo tergiversare con i componenti del Comitato per la Resistenza, consegno il capoluogo lombardo ai tedeschi che iniziarono i rastrellamenti".
Fu quello anche il momento storico in cui a Milano e nella periferia operaia si cominciarono a manifestare i primi lampi di Resistenza e in cui le donne, scegliendo di battersi, misero in discussione le funzioni storicamente assegnate dalla tradizione, abbandonando tutto ciò che aveva dato loro sino a quel momento sicurezza. Si trattava degli spazi fisici, la casa, il quartiere e degli spazi mentali, i rapporti con le persone care, i genitori, il fidanzato, in qualche caso anche il marito, per il raggiungimento di un'autonomia ed un'indipendenza sino a poco tempo prima neppure immaginate.
Per Onorina Brambilla fu esattamente questo: l'inevitabile graduale distacco dal nucleo familiare, l'adesione a quel vastissimo fenomeno che aveva assunto il nome di "Gruppi di difesa della donna" e all'ingresso nel Gap (Gruppi d'azione patriottica), nuclei di pochissimi ardimentosi, gli arditi della guerra di Liberazione, i soldati senza divisa, i più rapidi e decisi, in cui seppe rapidamente integrarsi sino a raggiungere l'assoluta fiducia dei superiori. Audace e pronta di riflessi, puntuale nell'eseguire gli ordini,fredda quel tanto che bastava per governare le situazioni più scabrose, rappresentò il campione esemplare di quella milizia clandestina e segreta che spianò la strada, assieme alle formazioni di montagna, alla vittoria finale.
I Gap dovevano combattere in mezzo all'avversario, mescolarsi ad esso, colpirlo nel momento meno atteso.
Dovevano provocare nel nemico sgomento e demoralizzazione.
"Il trasporto di esplosivo con la bicicletta, così ho conosciuto la morte in faccia"
Si è scritto più volte, ma vale la pena di ricordarlo, quello che è stato il tributo delle donne alla Liberazione anche se i dati fluttuano secondo le fonti senza spostarne l'altissimo significato: se 748 furono denunciate al Tribunale speciale per la difesa dello Stato nel corso del ventennio di cui 124 condannate, 35 mila furono le partigiane combattenti, 20 mila le patriote, 70 mila le iscritte ai "Gruppi di difesa della donna", 2750 le cadute in combattimento o fucilate, 3 mila le deportate, 4 mila le denunciate ed arrestate.
Sandra conobbe più volte la morte in faccia. Nel libro ci sono ampi riferimenti a quei momenti estremi: l'incontro senza conseguenze con i giovani marò della "San Marco" ad un posto di blocco in piena città; la sfida beffarda su un tram metropolitano alla polizia repubblichina con le bombe e le armi celate nella valigia; il trasporto di esplosivo con l'immancabile bicicletta, la Bianchi azzurra-cielo, attraverso Milano, quella bicicletta che Visone avrebbe poi celebrato come un valore assoluto, pari per importanza all'arma o all'aria che respirava. Mai Sandra ebbe un'incertezza. Paura, quella sì, "perché chi non la conosceva era semplicemente un pazzo".
Rievocando quegli anni Sandra non ha mai avuto rimpianti. Rifarebbe tutto daccapo. Anche quell'ultima disgraziata missione che le costò la cattura nei pressi del cinema Argentina nel cuore di Milano. Era il 12 settembre 1944. La sua avventura gappista finiva quel giorno per sempre mentre aveva inizio la lunga parentesi della prigionia, la
sofferenza, il penoso distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica per mano del sergente Wernig, lo spietato comandante delle SS, nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere germanico, sopportate con serenità dei forti.
Onorina Brambilla nel libro sfiora soltanto quell'esperienza, dice e non dice, ma
bastano i pochi cenni peraltro circostanziati per capire di cosa si sia trattato, dell'orrore consumato nel precipizio dell'inferno nazista. Dal novembre del '44 all'aprile del '45 visse da prigioniera nel Polizeiliche und Durchgangslager Bozen, un campo "di transito, di raccolta e di smistamento", dove, malgrado i controlli serrati, partecipò all'attività di una sezione del Comitato clandestino di Liberazione nazionale, una struttura fondamentale per tenere i contatti con l'esterno e continuare a sperare e dove prese vita una cellula del Pci. Restano di quella drammatica esperienza numerose lettere alla madre, brandelli di carta scritti fittamente, e pur nell'assoluta carenza di accenni politici per il possibile intervento della censura postale. ricche di umanità, amore, certezze nella vita che sicuramente sarebbe continuata a scorrere una volta terminata la guerra, richieste di aiuto di beni primari, il pane, quello bianco, e il sale da condividere con le compagne di sventura.
Resta anche, caso assai raro nella memorialistica resistenziale, un biglietto fatto scivolare fra le mani della madre dalla cella SS di Monza al termine dell'unico colloquio. Liberata alla fine d'aprile del '45 dalla prigionia di Bolzano, con uno sparuto gruppo di compagni, donne ed uomini, raggiunse Milano a piedi portando a termine un' impresa apparentemente dissennata, fra valli e montagne innevate, frutto del desiderio di lasciare al più presto tutto alle spalle e rientrare nella normalità. Il primo passo fu il matrimonio il 14 luglio 1945, anniversario della presa della Bastiglia, il che era stato anche il modo originale e privatissimo, di festeggiare la libertà appena conquistata e assieme onorare la Francia della Grand Combe, la zona mineraria delle Cevennes, in cui Giovanni Pesce era emigrato bimbo con la famiglia negli anni '20, era cresciuto e si era formato politicamente.
Appassionata, come era stata quella stagione in cui era in gioco la libertà.
Onorina Brambilla Pesce, giovane sposa "per amore certo e per desiderio di normalità - come osserva a proposito del fenomeno che ebbe in quei giorni un incremento del 30% Miriam Mafai nel suo mirabile Pane Nero - perché non è concepibile un altro modo di volersi bene e stare assieme". (Commuovente la fotografia che ritrae Onorina quel giorno circondata dai familiari e dai maggiori protagonisti della lotta partigiana, da Vergani a Lamprati, da Brambilla a Nicola, da Scotti a Feletti a tanti altri). Non si rinchiuse nel privato ma si batté per molti anni nel sindacato dei metalmeccanici Fiom e nel mondo politico e associazionistico.
Per una breve parentesi respirò anche l'aria di Roma, impiegata nella segreteria di Pietro Secchia quando Giovanni Pesce assunse la responsabilità di guidare la Commissione di Vigilanza, un gruppo della sicurezza, antesignano delle moderne scorte, a tutela della vita, non solo di Palmiro Togliatti, bersaglio nel luglio del '48 dell'attentato di Pallante, ma di tutti i maggiori dirigenti del Pci.
Fu, ed è, una comunista intransigente ma aperta al confronto, appassionata, come aveva imparato a esserlo in quella stagione in cui erano state in gioco libertà e democrazia e a cui aveva offerto con determinazione e slancio ideale il suo rilevante contributo di donna coraggiosa.
Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, a cura di Roberto Farina, con la prefazione di Franco Giannantoni, edizioni Arterigere, pagine 296, euro 14,00
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