«La Provincia di Varese» - 24 ottobre 2010
Storia di uno scaldachiodi
LA PROVINCIA - 24 Ottobre 2010 - [CULTURA 51]
[il libro di Paolucci ]
Lo «Scaldachiodi» che comunica i fatti da cronista vero
VARESE Sapete che cos'è uno scaldachiodi? Chi è uno scaldachiodi? Non credo che lo sappiate. E credo che lo scoprirete con sorpresa leggendo il libro firmato da Ibio Paolucci, edito da Arterigere e intitolato (appunto) "Storia di uno scaldachiodi". Lo scaldachiodi è, era lui. L'autore del libro. Lui che a metà degli anni Trenta, poco più che quattordicenne, entrava - agghindato con un'improbabile cravatta della quale fu subito invitato a disfarsi - all'Ansaldo Fossati di Genova. Avrebbe guadagnato 1,06 lire all'ora occupandosi di ciò che minuziosamente racconta: «Il gruppetto di cui facevo parte era costituito da tre persone: da me che porgevo, uno alla volta, grossi chiodi fatti arroventare nella forgia, a un operaio che, dopo averli infilati in un buco, li teneva fermi con una mazza di ferro e dal "maestro" che li ribatteva. Il prodotto dove si mettevano i chiodi era una lastra di ferro che poi veniva montata sui carri armati M13, scatole di sardine come venivano comunemente chiamati».
Il ragazzo, pur essendosi ben calato nel "toni" sostitutivo di giacca e pantaloncini, non restò a lungo nella fabbrica. Uno svenimento causato dall'inspirazione del carburo gli suggerì (gl'impose) di prendere altre strade. Il giornalismo si rivelò quella maestra. Il giornalismo e poi la storia. Ibio Paolucci è stato per lungo tempo cronista on the road, sul campo. Poi (ma anche durante gli anni della professione di reporter) s'è dedicato alla ricerca dentro il passato, nella quale ha avuto per autorevole compagno Franco Giannantoni. Giornalista, dunque. Indagatore di fatti, conoscitore di uomini. E di fatti e di uomini Paolucci propone un'antologia, che si è portati a definire un unicum poiché non si tratta d'un insieme di cose e persone le une scucite dalle altre, ma d'un insieme (un unicum) intessuto con il filo sottile e resistente della personalità. Cioè con un modo di riferire l'accaduto sempre pervaso dal tratto di sensibilità verso i protagonisti, dall'attenzione rivolta ai comprimari, dall'omaggio reso alla verità. Sicché Paolucci scrive di tutto e di tutti, e però scrive (forse non sa di scrivere) al medesimo tempo di se stesso. Ci mette l'anima, nella sua calligrafia documentaristica, ed è un'anima (una calligrafia) evidente. Sempre riconoscibile. Spesso toccante.
Onore, dunque, al cronista che non scorda mai d'essere testimone tenuto al rispetto di coloro dei quali fa sapere il bene e il male che bisogna far sapere. Qui, nella raccolta memorialistica, compaiono personaggi ed epoche diverse. Le camera a gas di Majdanek, la strage di piazza Fontana, i comunisti italiani fucilati nella Russia stalinista, l'eroe borghese Giorgio Ambrosoli, gli ebrei ammazzati a Meina, i segreti del palazzo di giustizia di Milano, la vita e la morte dell'anarchico Serantini, l'amore per la verità del giudice Guido Galli. E ancora molto, e di grande interesse, tanto che le quasi trecento pagine corrono via veloci, talvolta persino inafferrabili per le emozioni trasmesse, sempre dispensatrici di realismo, chiarezza, essenzialità. Paolucci non affida (non ha mai affidato nella sua carriera) nulla alla discrezionalità interpretativa: vede, si appunta, comunica. Comunica: ecco il vero modo di comunicare. Vero e dimenticato.
Max Lodi
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