«La Provincia di Varese» - 11 aprile 2010
Berlusconi e il berlusconismo
Bossi e Berlusconi, abiti diversi ma stessa sostanza
di Max Lodi
Si obietta all'eccesso di condizionamento della Lega verso il Pdl: vinte le elezioni, Bossi ha presentato il conto a Berlusconi. Non doveva, tra alleati i patti si fanno prima e non si ridiscutono dopo. Ma davvero? Curiosa interpretazione della politica, che è pragmatismo, trattativa, rapporto di forza. Che è la prosecuzione della guerra (ideale) con altri mezzi (materialissimi). E poi: siamo sicuri che non sia andata diversamente, che non sia stato Bossi a leghistizzare Berlusconi anziché Berlusconi a berlusconizzare Bossi? Circola da qualche giorno un interessante saggio, edito dalla varesina Arterigere e scritto dallo studioso torinese Diego Giachetti, in cui si analizza il fenomeno (appunto) del berlusconismo. Se ne racconta come d'un tratto antropologico degl'italiani, altro che come parentesi o accidente o deviazione del grande spirito della storia.
Il berlusconismo - e qui forziamo un po', ma non troppo - l'interpretazione di Giachetti, sarebbe (è) preesistito a Berlusconi. Non è stato questi a inventare quello, è stato quello a scoprire questi, incaricandolo di cogliere, interpretare, dare rappresentanza a ciò che già il carattere, l'umore, l'emozionalità di parte degl'italiani possedeva. Ma se è vera una tale analisi, che cosa più del leghismo non insisteva già nel sentimento, nelle vocazioni, nella quotidianità d'una tal parte d'italiani, soprattutto del Nord ma non solo del Nord? Sfrondato da folclorismi di maniera, esagerazioni tattiche, estremismi dialettici e calcolate rozzezze il leghismo significa voglia di tranquillità, di ordine, di sicurezza; esprime la paura dell'esproprio dei localismi, delle tradizioni, dei valori antichi; diffida d'uno Stato lontano, di deleghe ambigue, d'incursioni incontrollate sul suo territorio nativo.
È questa federazione di stati d'animo il vero autonomismo ideale e strategico su cui si fonda il movimento di Bossi. Tutto il resto è tattica, duttilità, realismo. L'acume antico (scarpe grosse e cervello fino) messo al servizio delle astuzie contemporanee.
A tutto ciò Berlusconi non è affatto estraneo. Anzi, vi familiarizza con convinzione. Sa che un movimento che pratica una politica orizzontale - cioè sul territorio, frantumando gli steccati tra le classi sociali e rendendo per davvero liquida e disponibile la ricchezza umana di cui esso dispone - favorisce la verticalità del piano organizzativo di gestione del Paese. Perché, ridistribuite le carte del gioco, tutti vi si sentono più partecipi, il capo del governo diviene un leader carismatico, l'identificazione con lui prescinde da quella dei problemi che egli prova a risolvere. In fondo, Berlusconi sa - anche se non lo dichiarerà mai - che agisce non assieme a Bossi, ma per conto di Bossi. Sa tuttavia che così facendo, non soddisfa tanto l'interesse prevalente dell'alleato, quanto il suo: perché lui è un leghista, per così dire, inconsapevole o camuffato, indossa (o tiene nascosta) la camicia verde sotto il blazer blu ed è certo che senza il tessuto ruvido della prima non durerebbe la stoffa pregiata della seconda. Sono tutt'e due spregiudicati, Berlusconi e Bossi. Ma la spregiudicatezza, in politica, è una virtù e non un vizio: tant'è vero che Berlusconi e Bossi fanno dell'antiberlusconismo e dell'antileghismo due puntelli della Pagania. Pagania, proprio così: un'alleanza laica, disincantata, multiforme. Quello che la sinistra vorrebbe e non riesce a costruire, incapace com'è d'investire in una nuova idea di società. Di alleanze politiche. Di futuro.
Max Lodi
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