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«La Provincia di Varese» -
15 marzo 2009
Un luogo una storia
LA PROVINCIA SABATO 15 MARZO 2009 [ CULTURA 41 ]
L'ITALIA DI IERI
Dentro Milano, passo dopo passo
Ibio Paolucci presenta il suo libro dedicato a luoghi e persone simbolo della città
di Mario Chiodetti
VARESE «Carpi damm de bev», l'invocazione ultima di Alfredo Borghi, operaio condannato a morte nel lager di Gusen all'amico pittore, anche lui deportato, con la vita appesa a un capello, con la sola speranza di un'arte salvatrice. Aldo Carpi sopravviverà, e racconterà in un lancinante diario la sua esperienza di prigioniero, ritornato a casa e voluto «a furor di critici, pittori, modelle e bidelli» alla direzione dell'accademia di Brera. Questo lembo di racconto fa parte di una raccolta di scritti di Ibio Paolucci, già giornalista politico e cronista giudiziario de «l'Unità», oltre che critico teatrale e d'arte, ora ripubblicati in antologia da Arterigere con il titolo «Un luogo una storia», inventato dall'allora caporedattore del giornale, Giuseppe Ceretti, per quella che sarebbe diventata una rubrica domenicale. Il libro sarà presentato martedì 17 marzo alle ore 18,30 allo Spazio ScopriCoop di via Daverio, alla presenza dell'autore, dello storico della Resistenza Franco Giannatoni e di chi scrive. I pezzi che Paolucci, 82 anni, originario di Castiglione della Pescaia, redasse una decina di anni fa per il quotidiano allora comunista, sono dedicati a persone e luoghi di una Milano sospesa nel tempo, la piccola città degli Scapigliati tutta racchiusa entro la cerchia dei Navigli, o la metropoli anonima, in cui maturano delitti di stato e attentati mafiosi. Qua e là Paolucci, grande appassionato di pittura, tira fuori aneddoti gustosi o curiosi fatti di cronaca, come il duello al primo sangue, il 26 marzo 1924, tra il direttore dell'Unità, Ottavio Pastore, e Curzio Malaparte, scrittore allora fascistissimo. «È una mia scoperta questa del duello, il giornale ne parlò e frugando in archivio ho trovato le cronache del tempo che riportano: "Lo scontro è durato quasi quattro assalti e si è svolto con molta vivacità e perfetta cavalleria da entrambe le parti. Al quarto assalto lo scontro è stato fatto cessare per le ferite riportate dal signor Pastore". Nel libro ci sono storie assai diverse tra loro e in realtà il filo conduttore è rappresentato solo da chi scrive».
Il non milanese Paolucci, cresciuto a Genova dove il padre, bracciante poverissimo, era arrivato in cerca di lavoro, regala al lettore alcune splendide pagine su una città che non c'è più, piena di fermenti culturali, di personaggi unici, difensori di ideali e a volte uccisi per la loro fedeltà a se stessi. Come Emilio Alessandrini, amico fraterno, il pm della strage di piazza Fontana, assassinato dai terroristi di «Prima linea», o "l'eroe borghese" Giorgio Ambrosoli, messo a tacere dal killer di Sindona, William Arico.
Ma scorrendo le pagine del prezioso - anche come veste tipografica - volumetto, appaiono persone della vecchia Milano, da Emilio De Marchi, autore di un lapidario quanto efficace distico sul Duomo: «L'è grand, l'è bell, l'è lü», a Delio Tessa, uno dei più grandi poeti del '900, avvocato senza cause, ma straordinario descrittore, in "Ore di città", prosette pubblicate ne "L'Ambrosiano", di una Milano sottotraccia che è anche quella di Paolucci. «Ci ho messo anche parecchi ricordi, persone conosciute al giornale, come Carlo Gramsci, fratello di Antonio, che all'"Unità" era nell'ufficio pubblicità, dopo che alla Snia Viscosa, come capo del personale, si era rifiutato di firmare le lettere di licenziamento per molti dipendenti», dice Paolucci. «Oppure don Andrea Gaggero, il prete della mia infanzia in via Sparta a Sestri Ponente, poi parte attiva nella Resistenza fino alla cattura e al trasferimento a Mauthausen, da cui fortunatamente ritornò». Girando per Milano in compagnia del vecchio cronista dell'Unità si colgono frutti appetitosi, come quello di via Montebello, dove Ernesto Treccani riuniva gli amici di "Corrente di vita giovanile", Sereni, Guttuso, Birolli, Morosini, Anceschi, Ferrata, per citare i più noti, editando una rivista di coraggiosa critica alla magniloquenza vuota del fascismo. Una Milano vera e propositiva, non ancora "da bere" o ostaggio di sarti e affaristi,ma piccola capitale di idee e provocazioni, come è sempre stato nel carattere ironico di Meneghino, generoso e guascone «un po' per celia e un po' per non morir».
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