«l'Unità» - 30 maggio 2008
La bicicletta nella Resistenza

l'Unità - 30 maggio 2008 - ORIZZONTI - p 25
La saggia rivoluzione della bicicletta

STORIE DI BICI, storie di vita, storie di libertà: due libri raccontano di donne e uomini che hanno «utilizzato eticamente» le due ruote, dalle staffette della Resistenza alla vicenda dell'imprenditore Montante

Giannantoni e Paolucci e i partigiani
Savatteri e la fabbrica siciliana

di Salvo Fallica

Storie di bici, storie di vita, storie di libertà. In questa triade è racchiusa l'essenza dei due libri che raccontiamo in questo articolo, vicende che hanno nel loro nucleo centrale la linfa vitale dell'umanità che si manifesta nella dinamica passionalità e nella integrità etica e morale. Storie di uomini che in bici hanno corso verso la libertà, che si sono battuti per la resistenza contro il nazi-fascismo). che hanno trasformato una pedalata in un gesto etico, con la Semplicità di chi ha la passione nel cuore e l'amore per la vita nella mente. Per questo motivo, sia il libro scritto a quattro mani da Franco Giannatoni ed Ibio Paolucci (La bicicletta nella Resistenza, pp. 256, euro 12, Edizioni Arterigere), sia quello di Gaetano Savatteri (La volata di Calò, con un intervento di Andrea Camilleri, pp. 121 euro 12, Sellerio) sono dei testi che parlano della vita e parlano alla vita. Sono libri che sciascianamente contengono diverse esistenze, le raccontano, le interpretano, consegnando delle esperienze concrete di vita che diventano dei simboli.
Emblemi di libertà, di legalità, di resistenza. Resistenza dei valori ed esistenza significativa di valori che non sono scomparsi, ma sono trasmissibili. E i libri li contengono questi messaggi, li decodificano, li divulgano democraticamente con la loro forza, con il loro esserci. Il libro di Savatteri racconta la vicenda del siciliano Calogero Montante, che dal profondo Sud spinto dall'amore per la bicicletta ha decostruito gli stereotipi triti e ritriti sul Meridione immobile, mettendo su una fabbrica di biciclette che da Serradifalco (provincia di Caltanissetta) si è espansa a livello nazionale. Poggiò le basi per la strutturazione di una dinastia industriale, che adesso guidata dal quarantenne Antonello Montante (nipote di Calogero, è leader a livello internazionale nel settore degli ammortizzatori. La storia di una famiglia industriale, corretta ed onesta, che partendo dalla Sicilia ha portato le sue imprese al Nord, non tralasciando mai la terra natia. Il simbolo di una Sicilia dinamica che pur in condizioni difficili non si arrende, e con la passione supera difficoltà congiunturali e strutturali. Puntando sui valori etici, che non sono concetti fuori moda, ma il motore di chi nella vita vuole costruire qualcosa che rimanga nel tempo. Non è un caso che oggi Antonello Montante sia assieme ad altri coraggiosi imprenditori guidati dal presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, in prima fila nella lotta contro la mafia. Questi industriali che vivono sotto scorta per aver lanciato una battaglia forte contro la mafia, credonono nei valori etici ed hanno visto nella bici di Camilleri che correva verso la libertà il simbolo della Sicilia della legalità. Un passo indietro, per ricordare la storia che è ormai diventata un cult e che si intreccia con le vicende che raccontiamo. Camilleri durante la Seconda Guerra mondiale, quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, percorse in bici il tratto di strada (più di 50 km) che da Serradifalco arriva sino a Porto Empedocle alla ricerca del padre. Nel lontano 1943 il diciassettenne Camilleri assieme alla madre e ad altri patenti, a causa dei bombardamenti ripiegò dalla costa dell'Agrigentino verso la Sicilia degli interni. E fu accolto nella casa di una sua zia a Serradifalco. Non avendo più notizie di suo padre, che era rimasto a Porto Empedocle, decise di andarlo a cercare. Per una curiosità del destino, Camilleri fece quel per corso che lo separava dalla sua città natia con una bicicletta che gli fu data in prestito Era una bici Montante. Così le storie di due grandi siciliani si intersecano, s'incontrano, ma in realtà dovremmo dire si sfiorarono, perché Andrea non conobbe direttamente Calogero. Camilleri grazie a quella bici, che non forò mai, in un viaggio durato tre giorni su una strada dissestata, riuscì a ritrovare ed a riabbracciare il suo papà sano e salvo. Un percorso, che in realtà pochissimo tempo fa, come raccontò in esclusiva l'Unità, l'inventore del commissario Salvo Montalbano ha rifatto in auto. Per l'ottantaduenne Camilleri è stato un viaggio della memoria che unisce il passato al presente, che imprime il senso autentico dell'esistenza vissuta ai ricordi che riaffiorano e tendono a sfuggire alla labilità del tempo attraverso la trasmissione orale, attraverso i libri.
Storie di uomini che diventano simboli di resistenza è l'essenza de La bicicletta nella Resistenza di Giannantoni e Paolucci. Affascinante e puntuale ricostruzione storica del molo che la bicicletta ha avuto nella lotta dei partigiani contro i nazi-fascisti. Narrazione di uomini e donne che con la bici hanno compiuto gesti eroici, da Ambrosoli a Bartali, da Bevilacqua a Bianchi, da Arrigo Boldrini a Bottecchia, da Morandi a Pasotti, da Trentin a Vecchio, da don Viale a Vittorini, da Pontecorvo a Romagnoli, da Vaia a Zanzi. Un lungo elenco che potrebbe continuare, storie diverse, originali, semplici ed intense, di persone che hanno contribuito a cambiare la storia d'Italia con la Resistenza, il fondamento della democrazia italiana, della libertà. Ed ancora, la bici come strumento di comunicazione culturale. In quest'ottica è bella la citazione nel testo de La grande stagione di Raffaellino De Grada, che ricorda: «Con Aligi Sassu che come me si esercitava nel ciclismo dilettante, ci siamo recati più volte a Como dove Scardino, il guardiano di Villa Olmo, ci portava pacchi non ingenti de l'Unità e del Nuovo Avanti che compagni ferrovieri nascondevano nei treni provenienti da Lugano». Storie di sprinter, di campioni e di dilettanti, che diedero tanto alla causa della Resistenza, aiutando i partigiani. «Ma il campione, più campione di tutti - scrivono Giannantoni e Paolucci - quello che mise la sua vita al servizio della libertà, fu il toscanaccio Gino Bartali (...) Fra il 1943 e il 1944 Ginettaccio trasportò per la Toscana e per l'Umbria documenti e fotografie essenziali per falsificare lasciapassare da consegnare agli ebrei nascosti in qualche chiesa o in qualche convento». Salvò dalla deportazione tanti ebrei. Storie di esistenze limpide da leggere e da far leggere, da divulgare e raccontare nelle scuole, perché il senso autentico delle esistenze vissute all'insegna dei valori etici non è tramontato, è solo troppe volte dimenticato, ma non è impossibile farlo uscire dall'oblio.

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