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Liberazione
- sabato 26 aprile 2008 - Politica - p. 4
La
Resistenza e le due ruote: piccole storie partigiane
Evviva
la nostra bicicletta salvavita e portaordini: popolare, libertaria,
ribelle
Maria
R. Calderoni
Io, la
mia pistola e la mia bicicletta. Silenziosa e pulita, modesta
e sempre pronta, anche la due ruote è stata, nel suo piccolo,
una vera protagonista nei 600 giorni di passione della Resistenza.
«Stavo andando in bicicletta verso la sede della Brigata Rosselli,
in via Moscova a Milano, quando venni raggiunto da un camion
tedesco»; lui pedala col più vigore possibile, ma invano,
il camion gli sta sempre alle calcagne. «E poi, per colmo
di scalogna, mi cadde il mitra». Era un'alba del 1945 in una
Milano deserta, e a raccontarlo è "Leone", nome di battaglia
di Bruno Trentin, quando era gappista nelle file di "Giustizia
e Libertà". È uno dei tanti episodi raccolti in questo libro
di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci - La bicicletta nella
Resistenza, Arterigere, pag. 255 euro 12 - che è anche
una specie di medaglia al valore appuntata sul petto di quell'eroina
di metallo, appunto la bici. Compagna fedele e ardita, combattente
e portaordini, furtiva messaggera e provvidenziale via di
fuga.
È
una bici a salvare dall'arresto sicuro Arrigo Boldrini (Bulow),
dopo il comizio tenuto a Ravenna in piazza Garibaldi la sera
stessa dell'8 settembre 1943. «Mi ha aiutato a scappare una
compagna operaia, la Lina Vacchi. Mi ha preso sulla sua bicicletta»,
e via, fuori dalle grinfie della polizia. Sul portapacchi
della sua bicicletta, dentro un cesto di vimini fornito di
doppio fondo, porta documenti, ordini, notizie e talvolta
armi Jenny Wiegmann, la staffetta, moglie tedesca del pittore
Gabriele Mucchi, attivo nella Resistenza milanese. E ha esplosivi
nascosti dentro una sporta piena di segatura Emilio Po, gap
della "Walter Tabacchi" di Modena, quando in sella alla sua
bici viene intercettato, per una delazione, quel 7 novembre
del '44: purtroppo sarà arrestato torturato e poi fucilato.
Faceva
finto ciclismo dilettante anche Raffaele De Grada insieme
ad Aligi Sassu, trasportando in tal guisa pacchi di Unità
e Nuovo Avanti; e Alessandro Vaia (Comitato Insurrezionale
di Milano) ricorda come, a protezione delle fabbriche in vista
degli ultimi scontri coi nazifascisti nel marzo 1945, avesse
«steso intorno una rete di mille uomini in bicicletta».
Racconta
Quinto Bonazzola (brigata d'Assalto, Fronte della Gioventù
di Varese-Milano): «Come avremmo potuto portare dei mitra
dalla Bovisa a Porta Romana? Pensare a dei pacchi era impossibile.
Il triciclo dava poco nell'occhio e così noi usammo il nostro»,
missione compiuta. E Alfredo Macchi, "Aldo", garibaldino della
"Walter Marcobi", descrive come riesce a far passare in zona
sicura un partigiano in pericolo, «da Varese ad Ispra, 25
chilometri, naturalmente la trasferta doveva avvenire in bicicletta.
La mia bicicletta. Non avevamo altro». Ed è in bicicletta
che riescono a disarmare una pattuglia tedesca, «ci fruttò
il primo mitra automatico, un oggetto ma visto», dice Renato
Morandi, "Carletto", gap della "Nannetti". Quanto a Giovanni
Pesce, il leggendario "Visone" medaglia d'oro, per lui «la
bicicletta ha avuto un unico significato. Fu né più né meno
che un'arma. Come disporre di una pistola. Senza la bicicletta
le sue imprese non sarebbero ma state possibili». Ma, racconta
lo stesso "Visone", «la bicicletta dovevi saperla utilizzare,
bisognava essere accorti. Lasciarla ad esempio cento, centocinquanta
metri prima del bersaglio, per poi poterla riprendere in sicurezza
quando dovevi battere in ritirata. La bicicletta era più utile
per fuggire che per giungere a destinazione».
Compagna
bicicletta. Compagna unica e assolutamente indispensabile
per le staffette, le famose "collegatrici" che tenevano i
contatti tra i vari comandi partigiani. Bellezze in bicicletta,
giovanissime e coraggiose, svelte e fedeli: su quelle bici
pericolose hanno scritto pagine fantastiche. Come la "Lalla",
al secolo Stellina Vecchio, staffetta garibaldina tra Milano
e la Valsesia, che «di chilometri in bicicletta ne ha macinati
parecchi, portando materiale di propaganda, e anche armi e
munizioni». Come la "Lidia" - Anna Gentili - della "Matteotti"
, che attraversava il ponte sul l'Adda con gli esplosivi nel
portapacchi della sua bici. E la "Sandra" - Onorina Brambilla,
che avrebbe poi sposato Giovanni Pesce - la staffetta che
operava in sella a una "Bianchi": «Quando optai per combattere
in città rinunciando all'idea di andare in montagna, non sapevo
sparare, cosa che imparai con il tempo, ma sapevo perfettamente
andare sulla bicicletta, qualità decisiva per una gappista».
Nostra
bicicletta, popolare, libertaria, ribelle. E per questo anch'essa
bersaglio di divieti e repressione. In senso letterale. È
il generale Bava Beccaris, quello che usò il cannone contro
le manifestazioni operaie del maggio 1898 a Milano, a bandire
un proclama che ordina «il divieto di circolazione, nell'intera
provincia di Milano, da oggi fino a nuovo ordine, delle Biciclette,
Tricicli, Tandems e simili», avvertendo che i trasgressori
saranno puniti «e deferiti ai Tribunali di Guerra».
Più
o meno negli stessi termini è la proibizione nazifascista
in funzione antipartigiana negli anni '40. La "sospetta" bici
venne sottoposta a coprifuoco e interdetta: ad esempio la
prefettura di Bologna, in data 17 febbraio 1944, la vietava
«agli uomini di età superiore ai 16 anni», se non muniti
di speciale autorizzazione scritta rilasciata da P.S e carabinieri.
Mica poco, ci voleva tanto di "carta di legittimazione" con
fotografia e, se richiesto, tanto di carta annonaria per il
pane. Paura da bicicletta.

Una staffetta
della Brigata "Diavolo" nella Modena del 1945
tratta dal libro Storia del Partito comunista italiano
(Editori Riuniti)
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