Ci
sarà anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, domani
al funerale di Giovanni Pesce, il comandante partigiano 'Visone,
morto all'età di 89 anni. La camera ardente, nella sala Alessi
di Palazzo Marino. sarà aperta alle 8 e alle 15 inizieranno
le esequie con gli interventi del sindaco Letizia Moratti, del.
vicepresidente della Provincia, Alberto Mattioli. del presidente,
dell'Anpi, Tino Casali, del segretario di Rc, Franco Giordano,
del ministro Barbara Pollastrini, di Gavino Angius in rappresentanza
della Presidenza del Senato e di Bertinotti. Il regista Renato
Sarti leggerà alcune poesie mentre il feretro sarà accompagnato
da brani delle Resistenza e della guerra di Spagna. Pubblichiamo
il ricordo di Franco Giannantoni. autore della biografia di
Pesce.
di FRANCO GIANNANTONI
Di Giovanni Pesce ho avuto il privilegio di essere amico sincero.
Con Ibio Paolucci, il grande giornalista dell'Unità, sono stato
il suo biografo e il personale "ghost writer" A noi due per
anni, ha raccontato la sua vita (nel libro "Giovanni Pesce,
Visone, un comunista che ha fatto l'Italia", Arterigere), passo
dopo passo, la Spagna con la difesa di Madrid, i mori di Franco
nella, battaglia dell'Jarama, Guadalajara, Saragozza, Belchite,
l'Ebro, le tre ferite, la ritirata, poi il rientro in Italia
nel '40, l'arresto, la condanna del Tribunale Speciale, il confino
per tre anni a Ventotene ("la |
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mia
università", dove Camilla Ravera e Umberto Terracini gli avevano
insegnato l'italiano), l'8 settembre, appena il tempo di ritornare
nel suo paese, appunto Visone presso Acqui Terme, dov'era nato
il 22 febbraio 1918, e riprendere la lotta a Torino, con Dante
Di Nanni, Francesco Valentino, Giuseppe Bravin finiti impiccati
e pochi altri, Poi, dal giugno 1944, a Milano con la 3° Gap
"Egisto Rubini" con azioni temerarie, incredibili. La più celebre,
l'uccisione del colonnello Cesarini, il capo del personale della
Caproni, che aveva fatto deportare centinaia di lavoratori in
Germania. Un'azione entrata nella leggenda cantata negli anni
'50 da Dario Fo.
Il suo fiuto animalesco. gli faceva intuire le situazioni, avvertire
il pericolo, prendere le precauzioni. Ci teneva a sottolineare
la moralità del gappista per togliere a questa figura di combattente
il sapore ambiguo del killer spietato. Il gappista aveva una
fede. Combatteva per una causa alta, la libertà contro ogni
nazionalismo fino fascismo. "Se non avessi avuto questo sentimento
profondo, se non avessi saputo che le mie azioni erano decisive
per vincere la guerra contro i fascisti e i tedeschi, sarei
stato un assassino qualsiasi. Non fu così. Finita la guerra
deposi le armi. Non sparai più. Non potevo colpire gente inerme".
La stagione dei Gap, a Torino e a Milano, gli meritò la medaglia
d'oro. Gliela consegnò in una radiosa giornata di sole, il 25
aprile 1947, in piazza Duomo |
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gremita
di partigiani, Umberto Terracini, segretario della Assemblea
Costituente. Pesce quel giorno portava al collo il fazzoletto
rosso. L'aveva anche il 14 luglio 1945, quando aveva sposato
con una festa partigiana in una Cooperativa di Lambrate salvata
dalla guerra, Onorina Brambilla, "Sandra", la sua amatissima
staffetta, scampata al lager nazista di Bolzano-Gries, dopo
l'arresto a Milano e le torture delle SS a Monza, Dietro le
nozze, c'è un altro segreto. "Se non avessi sposato la Nori
- ha confidato Pesce - sarei tornato a la Gran Combe nelle Cevennes
a fare il minatore. In miniera, dove ero sceso a 14 anni, avevo
conosciuto affetto, solidarietà, umanità, coi compagni dell'intera
Europa sconciata dai fascismi". In queste parole c'è tutto Giovanni
Pesce. La sua limpidezza d'animo, la sua straripante generosità,
il suo carattere schivo.
Nella complessità e difficoltà della sua esistenza, la Spagna
era rimasta in cima ai suoi pensieri. Più volte con lui, anche
recentemente, siamo tornati ad Albacete, nella Catalogna rossa,
dove diciottenne si era presentato, per essere arruolato nel
battaglione Garibaldi. "Vedi - annotava - la Spagna ha segnato
il punto più alto della solidarietà umana. In difesa della Repubblica
sono arrivati da ogni parte del mondo".
Ci sentivamo al telefono quasi ogni giorno. Ci vedevamo spesso
a Milano nella sua casa di piazza Bonomelli, nelle trattorie
in via Casati, piazza della Repubblica, via Settala o a Rapallo,
il luogo incantato |
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delle
sue vacanze, con tanti amici, via via cancellati dalla legge
del tempo, scrittori, pittori, scienziati, politici. Salvatore
Quasimodo, Mucchi, Alfonso Gatto, Antonio Greppi, Giuseppe Alberganti,
Bucalossi, Waldo Aldovrandi, Renato Guttuso. Pesce entrò nel
mondo del lavoro mercé un amico generoso, facendo fortuna con
il commercio del caffè. Roma non lo attraeva e fu ricambiato
di ugual moneta: fu il solo grande partigiano a non calcare
Montecitorio o Palazzo Madama.
Amava venire spesso a Varese, rapito dall'azzurro del suo lago.
Se c'era un mondo al quale si richiamava era quello degli uomini
schietti, leali, coraggiosi, antifascisti. L'antifascismo gli
era cresciuto dentro come un frutto naturale, quando da bimbo,
era il 1924, a sei anni, aveva lasciato l'Italia con il padre,
la madre, il fratello Gilfredo.
Ora a Visone tornerà dopo la cremazione e gli onori dovuti a
un padre della Patria. Forse in quest'Italia disgraziata, reinvasa
dalla cultura e dai comportamenti del regime precedente la Liberazione,
la sua morte suona come un salutare colpo di coda della memoria,
un modo per non dimenticare. Le spoglie di Pesce debbono ammonire.
"La democrazia può essere in bilico, spazzata via ma ho sempre
avuto fiducia nei giovani. I giovani, caro Franco, non ci deluderanno".
Sono state le ultime parole prima di una malattia che lo ha
strappato, alla moglie Onorina, alla figlia Tiziana, al nipote
Davide, a noi tutti. |