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La Prealpina  Domenica 29 Luglio 2006 spaziatore MILANO spaziatore AM 9

Nel ricordo di Franco Giannantoni l'eredità di Giovanni Pesce. Domani i funerali a palazzo Marino

«La democrazia è in bilico ma i giovani non ci deluderanno»

Ci sarà anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, domani al funerale di Giovanni Pesce, il comandante partigiano 'Visone, morto all'età di 89 anni. La camera ardente, nella sala Alessi di Palazzo Marino. sarà aperta alle 8 e alle 15 inizieranno le esequie con gli interventi del sindaco Letizia Moratti, del. vicepresidente della Provincia, Alberto Mattioli. del presidente, dell'Anpi, Tino Casali, del segretario di Rc, Franco Giordano, del ministro Barbara Pollastrini, di Gavino Angius in rappresentanza della Presidenza del Senato e di Bertinotti. Il regista Renato Sarti leggerà alcune poesie mentre il feretro sarà accompagnato da brani delle Resistenza e della guerra di Spagna. Pubblichiamo il ricordo di Franco Giannantoni. autore della biografia di Pesce.
di FRANCO GIANNANTONI
Di Giovanni Pesce ho avuto il privilegio di essere amico sincero. Con Ibio Paolucci, il grande giornalista dell'Unità, sono stato il suo biografo e il personale "ghost writer" A noi due per anni, ha raccontato la sua vita (nel libro "Giovanni Pesce, Visone, un comunista che ha fatto l'Italia", Arterigere), passo dopo passo, la Spagna con la difesa di Madrid, i mori di Franco nella, battaglia dell'Jarama, Guadalajara, Saragozza, Belchite, l'Ebro, le tre ferite, la ritirata, poi il rientro in Italia nel '40, l'arresto, la condanna del Tribunale Speciale, il confino per tre anni a Ventotene ("la
spaziatore mia università", dove Camilla Ravera e Umberto Terracini gli avevano insegnato l'italiano), l'8 settembre, appena il tempo di ritornare nel suo paese, appunto Visone presso Acqui Terme, dov'era nato il 22 febbraio 1918, e riprendere la lotta a Torino, con Dante Di Nanni, Francesco Valentino, Giuseppe Bravin finiti impiccati e pochi altri, Poi, dal giugno 1944, a Milano con la 3° Gap "Egisto Rubini" con azioni temerarie, incredibili. La più celebre, l'uccisione del colonnello Cesarini, il capo del personale della Caproni, che aveva fatto deportare centinaia di lavoratori in Germania. Un'azione entrata nella leggenda cantata negli anni '50 da Dario Fo.
Il suo fiuto animalesco. gli faceva intuire le situazioni, avvertire il pericolo, prendere le precauzioni. Ci teneva a sottolineare la moralità del gappista per togliere a questa figura di combattente il sapore ambiguo del killer spietato. Il gappista aveva una fede. Combatteva per una causa alta, la libertà contro ogni nazionalismo fino fascismo. "Se non avessi avuto questo sentimento profondo, se non avessi saputo che le mie azioni erano decisive per vincere la guerra contro i fascisti e i tedeschi, sarei stato un assassino qualsiasi. Non fu così. Finita la guerra deposi le armi. Non sparai più. Non potevo colpire gente inerme".
La stagione dei Gap, a Torino e a Milano, gli meritò la medaglia d'oro. Gliela consegnò in una radiosa giornata di sole, il 25 aprile 1947, in piazza Duomo
spaziatore gremita di partigiani, Umberto Terracini, segretario della Assemblea Costituente. Pesce quel giorno portava al collo il fazzoletto rosso. L'aveva anche il 14 luglio 1945, quando aveva sposato con una festa partigiana in una Cooperativa di Lambrate salvata dalla guerra, Onorina Brambilla, "Sandra", la sua amatissima staffetta, scampata al lager nazista di Bolzano-Gries, dopo l'arresto a Milano e le torture delle SS a Monza, Dietro le nozze, c'è un altro segreto. "Se non avessi sposato la Nori - ha confidato Pesce - sarei tornato a la Gran Combe nelle Cevennes a fare il minatore. In miniera, dove ero sceso a 14 anni, avevo conosciuto affetto, solidarietà, umanità, coi compagni dell'intera Europa sconciata dai fascismi". In queste parole c'è tutto Giovanni Pesce. La sua limpidezza d'animo, la sua straripante generosità, il suo carattere schivo.
Nella complessità e difficoltà della sua esistenza, la Spagna era rimasta in cima ai suoi pensieri. Più volte con lui, anche recentemente, siamo tornati ad Albacete, nella Catalogna rossa, dove diciottenne si era presentato, per essere arruolato nel battaglione Garibaldi. "Vedi - annotava - la Spagna ha segnato il punto più alto della solidarietà umana. In difesa della Repubblica sono arrivati da ogni parte del mondo".
Ci sentivamo al telefono quasi ogni giorno. Ci vedevamo spesso a Milano nella sua casa di piazza Bonomelli, nelle trattorie in via Casati, piazza della Repubblica, via Settala o a Rapallo, il luogo incantato
spaziatore delle sue vacanze, con tanti amici, via via cancellati dalla legge del tempo, scrittori, pittori, scienziati, politici. Salvatore Quasimodo, Mucchi, Alfonso Gatto, Antonio Greppi, Giuseppe Alberganti, Bucalossi, Waldo Aldovrandi, Renato Guttuso. Pesce entrò nel mondo del lavoro mercé un amico generoso, facendo fortuna con il commercio del caffè. Roma non lo attraeva e fu ricambiato di ugual moneta: fu il solo grande partigiano a non calcare Montecitorio o Palazzo Madama.
Amava venire spesso a Varese, rapito dall'azzurro del suo lago. Se c'era un mondo al quale si richiamava era quello degli uomini schietti, leali, coraggiosi, antifascisti. L'antifascismo gli era cresciuto dentro come un frutto naturale, quando da bimbo, era il 1924, a sei anni, aveva lasciato l'Italia con il padre, la madre, il fratello Gilfredo.
Ora a Visone tornerà dopo la cremazione e gli onori dovuti a un padre della Patria. Forse in quest'Italia disgraziata, reinvasa dalla cultura e dai comportamenti del regime precedente la Liberazione, la sua morte suona come un salutare colpo di coda della memoria, un modo per non dimenticare. Le spoglie di Pesce debbono ammonire. "La democrazia può essere in bilico, spazzata via ma ho sempre avuto fiducia nei giovani. I giovani, caro Franco, non ci deluderanno". Sono state le ultime parole prima di una malattia che lo ha strappato, alla moglie Onorina, alla figlia Tiziana, al nipote Davide, a noi tutti.

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