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sabato28luglio2007Liberazione |
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A FIANCO
UN'IMMAGINE RECENTE DI GIOVANNI PESCE IN BASSO CON MOSCATELLI
E LONGO IL 25 APRILE A MILANO, SOTTO CON I COMPAGNI E LE COMPAGNE
AL SUO MATRIMONIO E PIŁ SOTTO CON NORI BRAMBILLA, AMORE E
COMPAGNA DI TUTTA LA VITA NELL'ALTRA PAGINA, CON BERTINOTTI
NEL 2006
Giovanni
Pesce è morto ieri al Policlinico di Milano. Aveva
89 anni e per tutta la vita ha combattuto per la libertà
e contro la tirannia, odiando la guerra e amando il prossimo.
Lunedì, a Milano (Palazzo Marino, piazza della Scala,
dalle 8 alle 15), la camera ardente per l'ultimo saluto e
poi la cerimonia funebre
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Scorgo
da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato
da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle
canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono
annichiliti da quella sfida inerme, dall'improvviso silenzio
della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia
inghiottire dalla folla.
Comincia cosi un corteo muto, nato come da un improvviso accordo
senza parole. Altre donne giungono con altri fiori passando
davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani
vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate. Per ogni
mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.
Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono
i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: "Vede
quello li sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso
dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo
che ce l'avrebbe fatta. Era già lontano. L'hanno riportato
indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L'hanno spinto
accanto agli altri, già schierati, in attesa."
L'ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello
di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica
l'infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta
diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà
e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l'umano dolore, l'angosciosa
necessità. In noi non è, non ci può essere
nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte
alla morte. |
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Il
lavoro in miniera, le ferite franchiste, il confino, i Gap,
la Liberazione e quell'orgoglio mai domo d'essere un comunista
Giovanni Pesce, il compagno che non ha mai chiesto
nulla per sé
di Maria R. Calderoni
A 13 anni è solo un "muso nero", un piccolo minatore
italiano che scende 150 metri sotto terra per portare a casa
miseri 100 franchi al mese, il sudato, prezioso denaro indispensabile
ai suoi genitori per sopravvivere. La sua è infatti una
famiglia di poveri emigrati: il padre Riccardo, scalpellino,
di idee socialiste, "pizzicato" più volte dalla polizia
fascista, nel '24 aveva deciso di lasciare il paese natio, Visone,
2mila anime in provincia di Acqui, per cercare lavoro in Francia,
alla Grand'Combe, la zona delle miniere di carbone nelle Cevennes.
Arrivato in terra francese piccolissimo, lui parla solo quella
lingua, lo chiamano Jeanu; e da "muso nero" lavora per quasi
cinque anni, ragazzo con la lanterna da minatore e la tessera
della "Jeunesse comuniste" in tasca. A 18 è già
a combattere in Spagna nelle Brigate Internazionali. E da lì
comincia la sua leggenda. La leggenda di Giovanni Pesce, classe
1918, garibaldino di Spagna, alla testa dei Gap in Italia, medaglia
d'oro al valor militare nella lotta di Resistenza, eroe nazionale.
Un comunista che ha fatto l'Italia, che è anche il titolo
dell'ultimo libro-intervista uscito nel gennaio 2005 (Franco
Giannantoni-Ibio Paolucci, "Giovanni Pesce, "Visone". Un comunista
che ha fatto l'Italia", edizioni Arterigere di Varese).
In Spagna il ragazzino diventa soldato; dall'Ufficio Ricezione
Volontari, dove già sono al loro posto Longo, Di Vittorio,
Leo Valiani, Andrè Marty, passa direttamente al centro
di addestramento militare di Albacete, Catalogna rossa, la città
dove, il 3 novembre di quell'anno, ricordava sempre lui, «sorse
il battaglione "Garibaldi"». Il suo incontro con la Spagna
è una passione che durerà tutta la vita. Sarà
per lui una grande lezione di coraggio, dedizione, umiltà.
Imparò a combattere e a riflettere, ad essere audace
ma anche prudente, duro e pietoso. Di tutto questo doveva far
tesoro qualche anno dopo, durante la guerra di liberazione in
Italia.
A Boadilla del Monte, una cittadina nei pressi di Madrid, ha
il suo battesimo del fuoco, «con il fucile seguii i compagni
in avanti, mentre i fascisti erano fuggiti. La battaglia si
concluse con sette-otto caduti dalla nostra parte. Erano i primi
morti che vedevo. Quello spettacolo mi fece un'impressione tremenda».
La guerra non è bella, nemmeno se la fai dietro le bandiere
delle Brigate internazionali. Il combattente-ragazzino si trova
nel ferro e nel fuoco della battaglia di Guadalajara, marzo
1937, dieci giorni e dieci notti di sanguinosi attacchi, «nell'acqua
e nel freddo, il terreno era ridotto a un pantano»; i
fascisti sono battuti. Giovanni ha i piedi congelati, deve essere
ricoverato in ospedale. Ma è ancora nei ranghi subito
dopo, in luglio, a Brunete, e poi in agosto a Saragozza, dove
viene ferito gravemente; e poi sull'Ebro, quel terribile combattimento
durato un mese, che doveva concludersi con la sconfitta la sconfitta
dei repubblicani. In Spagna ha vinto Franco, le Brigate internazionali
devono andarsene, «lungo la "Diagonal" di Barcellona l'ultima
sfilata prima della partenza». E' ferito anche questa
volta, ma ciò che più fa male è quella
sconfitta, addio Madrid, il ragazzino torna a casa; ma lascia
subito anche la Grand'Combe, rientra in Italia, presso parenti
che l'aiutano a trovare lavoro. Qui però quasi subito
la polizia lo trova: ex combattente in Spagna, lo processano
e lo spediscono in carcere ad Alessandria e poi a Ventotene.
Cinque anni di confino.
Una popolazione confinaria di settecento persone, «la
metà era comunista - racconta - Per un gruppo di loro
era stato previsto un pedinamento continuo. Erano giudicati
i più pericolosi e, quando camminavano, erano seguiti
come un'ombra dalla milizia. Si trattava dei comunisti Umberto
Terracini, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro; dei "giellisti"
Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Francesco Fancello, Vincenzo
Calace, Nello Traquandi, Dino Roberto».
Il racconto del suo soggiorno al confino - la sua "università"
- è fitto di aneddoti e popolato di umili sconosciuti
compagni e anche di figure primo piano, lì Jeanu conosce
anche Camilla Ravera, Arturo Colombi, Di Vittorio, Alberganti,
Pertini, «e c'era persino una piccola orchestrina comunista,
formata da tre mandolini e due chitarre, accompagnati dal violino
di un eccellente Umberto Terracini». Uscirà libero
con il 25 luglio 1943, il regime è caduto, il re firma
il tragico armistizio. Per il ragazzo della Spagna inizia un
altro cammino.
«Con le cinquanta lire che ebbi dal partito, una volta
giunto a Gaeta, feci il biglietto per Torino». Lì,
preso in consegna dal compagno "Giuseppe" «che teneva
i collegamenti con Pietro Secchia», Giovanni Pesce ha
il rischioso incarico di organizzare i Gap (Gruppi di azione
patriottica), nel capoluogo piemontese. Pietro Secchia lo nomina
comandante. «Ci vollero le stragi, le torture di via Asti,
di Villa Triste ed i partigiani impiccati al gancio da macellaio,
perché anche noi imparassimo ad odiare e a non avere
scrupoli nel colpire un nemico crudele», scrive Arturo
Colombi nel ricordare la nascita di queste formazioni partigiane
clandestine. E del giovanissimo Pesce, appena giunto nei ranghi
invisibii, dice: «Quando lo incontrai per la prima volta
dopo il suo nuovo incarico, mi chiese se si potevano avere delle
mitragliette». Nome di battaglia "Ivaldi". Oscuro e crudele
il "lavoro" del gappista. Nel suo libro - un libro drammatico,
intenso, veloce come un film (e infatti un film ne è
stato tratto) - Giovanni Pesce racconta il momento terribile
della prima azione, quando l'ordine del Comando arriva. E l'ordine
è: uccidere un fascista. «"Marco non sta bene",
mi dice la donna porgendomi un pezzo di sapone. E' la parola
d'ordine. Ora so chi è». Il fascista da uccidere
ha un nome e un volto. «Devo giustiziare un maresciallo
della milizia, Aldo Mores», responsabile della deportazione
di oltre settanta patrioti. Il garibaldino coraggioso vacilla.
«Questa è un battaglia solitaria, penso. Tu, solo
con la tua coscienza e le tue pene». Ma deve accettare
questo compito spietato, cui non era abituato, «in Spagna
e in montagna il nemico si affrontava in combattimento: faccia
a faccia».
Racconta: «L'assassino di tanti miei compagni è
lì. Faccio un passo, mi appoggio allo stipite della porta,
fingo di raccattare qualcosa. Non ce la faccio - penso - non
ce la faccio. E' proprio paura. Mi trovo all'aperto, sollevato
e furibondo. Adesso dovrò mentire. "Il maresciallo non
c'era", dico ad Antonio, "torneremo domani"». E "domani"
lo ucciderà, il fascista che deve morire. «Lo vedo.
Sparo con tutte e due le pistole. Mentre l'uomo si piega, esco
rapidamente, intasco le armi e inforco la bicicletta».
Saranno tante le azioni firmate dal comandante "Ivaldi" e dai
suoi gappisti, i fascisti rispondono con arresti e fucilazioni,
sulla testa di Pesce pende l'ottava taglia per chi lo avesse
"catturato vivo o morto"; e lì intorno, per esempio a
Barge, si è scatenato l'inferno, «truppe scelte
di Salò e forze d'assalto tedesche avevano rastrellato
tutta la zona per fare piazza pulita dei "ribelli"». Ilio
Barontini gli insegna come si fabbricano le bombe; e le bombe
fatte in casa dei ragazzi di Pesce lasceranno parecchi segni
nei sabotaggi, negli assalti alle caserme, nei colpi inferti
alla macchina da guerra del nemico. Già, «non si
può far saltare una stazione radio restando seduti davanti
a una finestra aperta, a fantasticare».
Viene il momento di cambiare aria, la polizia fascista è
sulle tracce di "Ivaldi"; allora il Comando lo manda d'autorità
a Milano e gli cambia nome, ora si chiamerà "Visone",
come il suo paese d'origine. Nemmeno a Milano si può
far saltare una stazione radio restando seduti davanti a una
finestra. Per esempio di fu la "battaglia dei binari", in zona
Greco-Pirelli, 24 giugno 1944. «Lungo i binari che transitano
da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate
a migliaia lunghe colonne di carri merci, una parte notevole
del dramma dell'8 settembre è stata recitata davanti
alla palazzina grigia della stazione di Greco. Dai vagoni bestiame,
sprangati e sigillati, si sono levate, di giorno e di notte,
invocazioni d'aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati».
Sono i convogli maledetti che portano ai campi di sterminio.
"Visone" e i suoi, in una notte senza luna, strisciando tra
le sentinelle tedesche in armi, fanno scivolare le loro bombe
fatte in casa dentro i "forni" delle locomotive, una due tre
cinque cariche. I binari saltano, i convogli nazisti si fermano,
la rabbiosa rappresaglia tedesca colpisce anche gli innocenti;
ma la 3a Gap di "Visone" non dà tregua, con
le armi in pugno fino all'ultimo, fino al 25 aprile. «E'
il grande giorno. Confuso in questa folla amica, è come
se uscissi da un incubo. Mi accorgo che le case sono belle case,
che le strade sono ampie e che sopra di me c'è il cielo».
La guerra è finita e lui ha 27 anni. Verranno i suoi
giorni normali, tanti giorni e tanti anni di un impegno diverso,
ma sempre generoso, disinteressato, semplice, leale. Giovanni
Pesce, eroe nazionale, stratega della guerriglia, per tutta
la vita è stato "uno di noi", uno che non ha mai ostentato,
mai preteso, mai chiesto nulla per sé. Nel '45, finito
tutto, tornato a casa, il comandante della 3a Gap
pensa di aver esaurito il suo compito. Pensa addirittura che
forse è giunto il momento di tornare alla Grand'Combe,
in miniera. Ma è Nori che lo trattiene. Nori - «la
più bella delle mie staffette», come scrive lui
- che ha appena sposato appunto nel '45. L'amore della sua vita,
Jeanu lo racconta con parole schive e tenere. Nori la incontra
appena giunto a Milano sotto il suo nuovo nome di battaglia,
"Visone", lei si chiama Onorina Brambilla ma tra i Gap è
"Sandra"; e «a prima vista rimasi come folgorato».
Pochi mesi dopo quel primo incontro, "Sandra", vittima del delatore
"Arconati", uno che fa il doppiogioco, viene arrestata, imprigionata
presso il Comando SS di Monza, dove sarà a lungo interrogata
e anche torturata. Incontrata e perduta, lui e gli altri compagni
la cercheranno per giorni e giorni; ma "Sandra" la rivedrà,
fortunatamente sana e salva, solo dopo il 25 Aprile, ai primi
di maggio. Lei è un'esile ragazza di 21 anni, si sposano
subito, il 14 luglio 1945, «il giorno della presa della
Bastiglia, con uno dei primi riti civili, in un edificio accanto
a Palazzo Marino che era stato devastato dai bombardamenti.
Eravamo in ginocchio, senza una lira, senza casa». Ma
il pranzo fu un successo, «cucinato dalla mamma di Sandra,
alla Casa del Popolo nella sezione Venezia del Pci». Un
tetto però lo ebbero, «in via Macedonio Melloni,
76, la "base" delle nostre azioni militari!».
Nel 1946 Pesce diventa presidente dell'Anpi di Milano; nel 1947
- in una piazza Duomo inondata di sole e traboccante di partigiani
- riceve la medaglia d'Oro al Valor Militare dalle mani di Umberto
Terracini; nel '48 è responsabile della Commissione Vigilanza
a Botteghe Oscure; per oltre dieci anni è consigliere
comunale a Milano.
E venne la Bolognina, la morte del Pci. «La mia reazione
racconta - fu di indignazione, di preoccupazione, di amarezza,
anche se era chiaro da tempo che si stava andando in quella
direzione. Non riuscivo a comprendere per quale ragione si dovesse
cambiare quel nome carico di storia, di battaglie, di sacrifici.
Votai contro». Sceglie subito di stare con noi, "Visone",
con Rifondazione. E con noi è sempre stato, fino all'ultimo.
Indomito, sicuro, fedele agli ideali della sua vita, semplice
come la sua fede: perché - amava dire, citando i versi
di Eluard - «ci sono parole che fanno vivere. Una di queste
è la parola comunista». Come possiamo ringraziarti,
"Visone"?. |

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«E'
il grande giorno. Confuso in questa folla amica, è come
se uscissi da un incubo.
Mi accorgo che le case sono belle case, che le strade sono ampie
e che sopra di me c'è il cielo».
La guerra è finita e lui ha 27 anni.
Verranno i suoi giorni normali, tanti giorni e tanti anni di
un impegno diverso, ma sempre generoso, disinteressato, semplice,
leale. |
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