| VENERDÌ 23 MARZO 2007 |
28 | AGORÀ | |||
| CULTURA E SOCIETÀ |
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la
recensione |
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| Prigionieri degli inglesi gli italiani scalarono le vette himalayane | |||||
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Lontano da casa, per 5 anni in campo di concentramento, eppure - nonostante tutto questo - "privilegiato". Possibile? Eppure non si può fare a meno di pensarlo, leggendo la vicenda del tenente degli alpini Gualtiero Benardelli in Yol. Prigioniero in Himalaya, ora raccolta dal figlio Mainardo per le Edizioni Arterigere di Varese nella collana «In punta di Vibram», curata dagli ex allievi della Scuola Militare Alpina di Aosta; il libro, con bella postfazione dell'alpinista Simone Moro, viene presentato da Bruno Pizzul il 27 marzo nella Libreria Rizzoli in Galleria a Milano. Benardelli è stato infatti uno degli 11 mila militari italiani catturati dagli inglesi su fronti esteri e internati nel campo di Yol, in una valle indiana ai piedi dell'Himalaya, non lontano da Dharamsala. Cinque anni molto duri dietro i reticolati, dal 1941 al 1946; eppure una sofferenza, un'esperienza molto diverse da quella dei connazionali che si trovavano - ad esempio - nei lager tedeschi. Anche a Yol, certo, le razioni erano ridotte e la disciplina pesante; tuttavia lo struggimento maggiore era psicologico: «La detenzione - scrive Mainardo Benardelli nell'introduzione al volume, che raduna l'epistolario del padre e i diari dei compagni - è accompagnata dall'inazione e dalla noia, che genera depressione e disanimo. È questo il sentimento prevalente nei prigionieri, e Gualtiero non fa eccezione». Di origini goriziane, seguace a soli 16 anni di D'Annunzio a Fiume, Benardelli padre (che dopo la guerra divenne ambasciatore ed è morto nel 1972) era stato funzionario del Ministero delle Colonie in Somalia e allo scoppio della guerra aveva comandato una «banda» di 300 irregolari specializzati in efficaci azioni di guerriglia. Catturato a metà 1941, viene deportato in India. Dove però, dopo l'8 settembre 1943, si ritrova con i compagni nella mutata condizione di «nuovo alleato» degli ex carcerieri. È a quel punto che gli inglesi cominciano a concedere agli italiani dei permessi «sulla parola», in modo che possano allontanarsi dal campo per periodi sempre più lunghi. Così, in parte per combattere la monotonia e in parte per giovanile desiderio di avventura, da Yol partono diverse spedizioni esplorative dirette alle numerose mete sconosciute dei dintorni; prigionieri italiani scalano dunque i 5287 metri del Dhaula Dhar, conquistano poi una vetta di oltre seimila metri che battezzano Cima Italia, compiono studi sulla transumanza dei pastori locali; tracciano cartine e panoramiche delle montagne e dei ghiacciai (alcune sono riprodotte ora nel volume)... In particolare Gualtiero, con due compagni, raggiunge il lago Moriri nel «Piccolo Tibet» del Ladakh con una marcia di 550 km in 35 giorni, a quote tra i 4 e i 6000 metri. Un exploit di valore assoluto, compiuto per di più con materiale tecnico rudimentale e risorse ridotte, ma prima di tutto un espediente di umana liberazione: infatti «lassù si riprende la libertà quotidianamente negata dalla prigionia. Le montagne sono la risposta alle aspirazioni di libertà, di irrequietezza». |