|
DI ROBERTO BERETTA
Lontano da casa, per 5 anni in campo di concentramento, eppure
- nonostante tutto questo - "privilegiato". Possibile?
Eppure non si può fare a meno di pensarlo, leggendo
la vicenda del tenente degli alpini Gualtiero Benardelli in
Yol. Prigioniero in Himalaya, ora raccolta dal figlio Mainardo
per le Edizioni Arterigere di Varese nella collana «In
punta di Vibram», curata dagli ex allievi della Scuola
Militare Alpina di Aosta; il libro, con bella postfazione
dell'alpinista Simone Moro, viene presentato da Bruno Pizzul
il 27 marzo nella Libreria Rizzoli in Galleria a Milano. Benardelli
è stato infatti uno degli 11 mila militari italiani
catturati dagli inglesi su fronti esteri e internati nel campo
di Yol, in una valle indiana ai piedi dell'Himalaya, non lontano
da Dharamsala. Cinque anni molto duri dietro i reticolati,
dal 1941 al 1946; eppure una sofferenza, un'esperienza molto
diverse da quella dei connazionali che si trovavano - ad esempio
- nei lager tedeschi. Anche a Yol, certo, le razioni erano
ridotte e la disciplina pesante; tuttavia lo struggimento
maggiore era psicologico: «La detenzione - scrive Mainardo
Benardelli nell'introduzione al volume, che raduna l'epistolario
del padre e i diari dei compagni - è accompagnata dall'inazione
e dalla noia, che genera depressione e disanimo. È questo
il sentimento prevalente nei prigionieri, e Gualtiero non
fa eccezione». Di origini goriziane, seguace a soli
16 anni di D'Annunzio a Fiume, Benardelli padre (che dopo
la guerra divenne ambasciatore ed è morto nel 1972)
era stato funzionario del Ministero delle Colonie in Somalia
e allo scoppio della guerra aveva comandato una «banda»
di 300 irregolari specializzati in efficaci azioni di guerriglia.
Catturato a metà 1941, viene deportato in India. Dove
però, dopo l'8 settembre 1943, si ritrova con i compagni
nella mutata condizione di «nuovo alleato» degli
ex carcerieri. È a quel punto che gli inglesi cominciano a
concedere agli italiani dei permessi «sulla parola»,
in modo che possano allontanarsi dal campo per periodi sempre
più lunghi. Così, in parte per combattere la
monotonia e in parte per giovanile desiderio di avventura,
da Yol partono diverse spedizioni esplorative dirette alle
numerose mete sconosciute dei dintorni; prigionieri italiani
scalano dunque i 5287 metri del Dhaula Dhar, conquistano poi
una vetta di oltre seimila metri che battezzano Cima Italia,
compiono studi sulla transumanza dei pastori locali; tracciano
cartine e panoramiche delle montagne e dei ghiacciai (alcune
sono riprodotte ora nel volume)... In particolare Gualtiero,
con due compagni, raggiunge il lago Moriri nel «Piccolo
Tibet» del Ladakh con una marcia di 550 km in 35 giorni,
a quote tra i 4 e i 6000 metri. Un exploit di valore assoluto,
compiuto per di più con materiale tecnico rudimentale
e risorse ridotte, ma prima di tutto un espediente di umana
liberazione: infatti «lassù si riprende la libertà
quotidianamente negata dalla prigionia. Le montagne sono la
risposta alle aspirazioni di libertà, di irrequietezza».
|
 |
|
|
|
|