di Armando Petrini
Leggendo, o rileggendo, le pagine di memorie di Giovanni Pesce,
il mitico comandante "Visone" della guerra partigiana
dei GAP, non si può fare a meno di rimanere profondamente
colpiti dalla sua eccezionale tempra umana e politica. Quest'uomo
così lucido, dal piglio fermo ma allo stesso tempo dalla
incredibile serenità di carattere, ha ancora oggi molto
da insegnare a chiunque voglia interrogarsi sulle vicende del
passato così come su quelle scivolose del presente. E
ciò può avvenire proprio perché - e non
"nonostante il fatto che" - Pesce sia un uomo integralmente
novecentesco. Tutto in lui grida la sua appartenenza al Novecento:
la fiducia tenace nel ruolo del Partito, la concezione 'forte'
della politica impensabile al di fuori di una salda prospettiva
etica, la consapevolezza di aver agito per un'istanza collettiva
in grado di esaltare, e non di mortificare, il singolo. Pesce
impara presto il senso profondo del sentimento della fraternità.
Bambino, emigrato in Francia con la famiglia, osserva e poi
prova direttamente la dura vita del minatore. Scrive Pesce:
«I minatori emigrati vivevano alloggiati in baracche
di legno - sette ed otto per locale - esposti a mille pericoli,
costretti ai lavori più insani e più duri: sfruttati,
umiliati, |
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trattati
come bestie». E prosegue: «Mia madre gestiva una
'cantina', una specie di trattoria, frequentata dai minatori.
La sera molti vi si davano convegno, discutevano, parlavano
fino a notte inoltrata. Ancora non riuscivo a comprendere perché
così stanchi, con una giornata di lavoro duro sulle spalle,
anziché andarsene a riposare, rimanessero lì fino
a notte fonda ». Ma poi capisce le motivazioni di quel
comportamento: «Più tardi, quando conobbi anch'io
la vita del minatore, compresi questi uomini e seppi che erano
comunisti, che si organizzavano e che bisognava essere organizzati
per abbattere la società capitalistica. Avevo per loro
una grande ammirazione: erano per me degli esseri straordinari.
La loro fede, il loro spirito di sacrificio, la loro tenacia
mi commuovevano fino al fondo dell'animo quanto più riuscivo
a comprendere come tutto fosse messo da loro a servizio della
causa operaia». Il brano che abbiamo citato è tratto
da uno dei più importanti libri di Pesce, Un garibaldino
in Spagna, uscito nel 1955 e oggi riedito da un piccolo editore,
Arterigere, in occasione del Settantesimo anniversario della
Guerra di Spagna |
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La
fama di Pesce è legata all'attività di comandante partigiano,
gappista con il nome di "Ivaldi" e poi di "Visone", ma
la sua storia umana e politica comincia qualche anno prima
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(Un garibaldino
in Spagna, con una prefazione di F. Giannantoni e I. Paolucci,
Edizioni Arterigere, 2006, 12 euro). Sebbene la fama di Pesce
sia giustamente legata all'attività di comandante partigiano,
gappista con il nome di "Ivaldi" e poi di "Visone",
la sua storia umana e politica comincia qualche anno prima della
lotta partigiana in Italia. Diciottenne, nel 1936, si arruola
volontario nelle Brigate Internazionali e combatte nella Guerra
di Spagna. Quell'esperienza drammatica e terribile costituisce
la vera formazione di Giovanni Pesce e, con lui, di una intera
generazione di antifascisti. Lo ribadisce egli stesso nel suo
libro forse più celebre, Senza tregua: «Se è
vero che in terra spagnola il fascismo fece la prova generale
della successiva aggressione all'Europa è altrettanto
vero che in Spagna si formarono, si temprarono i valorosi combattenti
della Resistenza italiana ed europea». |
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Ancora
pochi mesi fa, in occasione dei festeggiamenti per il 25 aprile,
Pesce è tornato a insistere, proprio dalle colonne di Liberazione,
sullo stretto nesso fra guerra di Spagna e guerra partigiana:
«Non fummo in Spagna dei vinti, ma giovani e anziani che marciavano
come dei combattenti anche nella dolorosa ritirata. Avevamo
il rimpianto nel cuore; lasciavamo il popolo spagnolo, ma ci
attendevano altre dure prove da combattere con gli stessi sentimenti
e gli stessi ardori. Questa volta vittoriose, sino al 'radioso
25 aprile'». Si capisce perciò il motivo per cui Pesce abbia
spesso ripetuto come il momento più alto della sua vita fosse
stato la guerra di Spagna, mettendo dunque in primo piano una
sconfitta tragica, quella delle Brigate Internazionali contro
le truppe di Franco, rispetto a una straordinaria vittoria come
quella partigiana contro il nazifascismo. Qui si trova un ulteriore
elemento di interesse, e di forte attualità, della sua biografia.
La sconfitta può diventare un elemento formativo e, di più,
propulsivo per la lotta ideale. Si può venire battuti oggi,
e domani ottenere una grande vittoria: essere in un certo momento
in minoranza è ben altra cosa dall'essere minoritari. In tempi
come i nostri in cui |
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le
scelte politiche, di grande come di piccolo momento, sembrano
venire rinchiuse entro l'angusto ragionamento di una realpolitik
di corto respiro, l'insegnamento di Pesce appare assai prezioso.
Ciò che muove le idealità e la concreta azione politica del
comunista Giovanni Pesce non si misura con il successo immediato,
con il risultato più vicino e più a portata, ma pretende di
essere valutato all'interno di una prospettiva più lunga e più
profonda, che sappia connettere il risultato contingente, certo
importante, o in alcuni casi addirittura fondamentale, con un
orizzonte di ampio respiro. E' qui uno degli insegnamenti più
pregnanti della sua storia umana e politica, che è in questo
senso storia di un autentico comunista. Lo stesso Pesce non
perde occasione per sottolinearlo: in un bellissimo documentario-intervista
realizzato qualche anno fa da Marco Pozzi, Pesce conclude il
suo dire - con quella sua voce sicura ma piena di calore, addolcita
com'è dalla "r" francese conservata dall'infanzia - citando
un verso di Paul Eluard: «Ci sono parole che fanno vivere. Una
di queste parole è la parola compagni». |