| · domenica 21 maggio · 2006 |
|
 |
|
 |
7 |
 |
Liberazione |
 |
 |
LETTURE |
 |
|
 |
 |
|
della
domenica |
|
 |
| Nel libro di Sergio Banali, "Avanti popolo", le
memorie di un mondo ormai scomparso |
 |
 |
|
«Ma ricchi e poveri sono tutti fratelli in Dio, ricordava
paziente don Rosito. "Si, ma non nella torta", ribatteva
pronta la Gentile. E ci rideva sopra, soddisfatta dimettersi
a posto la coscienza. Del resto anche parecchi compaesani, rossi
per il voto e per la tessera, si incontravano sovente alla messa
della domenica». Il brano dice quasi tutto di questo libro
di Sergio Banali - Avanti popolo. Le lotte e le speranze dei
"lauradur" in un romanzo padano, edizioni Arterigere,
pag. 215, euro 14 - un viaggio della memoria, un amarcord di
affetto per un mondo perduto. Che è poi il mondo delle
sue radici, in quel paese nei pressi di Mantova, Bassa Padana,
dove lui è nato e cresciuto. Personaggi felliniani, unici,
irripetibili, prodigiosamente vivi, a tutto tondo, ricreati
dentro il filo del suo ricordo nitido e visionario. Ri-creati,
non inventati: perché è così, niente è
frutto della fantasia in questo libro che si legge d'un fiato
(anche per la bella scrittura). Romanzo popolare, non fiction.
Nè aveva bisogno di inventare, Sergio Banali, giornalista
a l'Unità e a Cuore la materia era già tutta lì,
e di prima scelta, in quel lembo di terra povera e ardente,
ricca di fame, nebbia e passioni. Passioni di tutti i tipi:
politiche, carnali, gastronomiche, alcoliche, angelicamente
altruistiche. Una amatissima terra, che Sergio riesce a descrivere
con un accento struggente, sotto il velo della nostalgia. Affolla
queste pagine un popoio originale. Gente del mio paese, per
la serie i poveri sono matti. La Gentile, lei, «bassa
e tracagnotta, con uno sguardo vigile e furbo, aveva due record
singolari: era arrivata vergine a settant'anni ed era sopravvissuta
a nove operazioni di cui si vantava come un combattente delle
sue ferite». La Gentile cosiffatta, anche cavadenti e
volontaria soccorritrice di infermi bisognosi. La Gentile che
coltivava «due desideri: arrivare a ricevere la pensione
del fratello caduto nel diciassette sull'Isonzo e a vedere la
vittoria del comunismo». Gente sfegatata per la politica,
e con robusta propensione al rosso, viva la Russia e viva Lenin,
abbasso il fascio. Nel paese occupato dai tedeschi, anzi dai
|
 |
Quegli
uomini che
"avevano un sogno"
della Bassa Padana
di
Maria R. Calderoni

|
 |
«crucchi»,
per gli ufficiali c'erano veri e propri pranzi organizzati dai
fascisti repubblichini. Dopo gli agnolotti o i risotti accompagnati
dai famosi vini dei colli, veniva il turno delle accompagnatrici
un po' sfatte per altre faticose guerriglie sui letti o nei
prati della vicina «Kommandantur». Non così facile,
mica passa liscia nella corrusca terra di Sergio. «Quei
cancher di crucchi e le loro putane ce la devono pagare!»,
si sfogava il Fosco con il Baldo e il Tagliatella, che erano
scappati come lui dalla naia l'otto settembre e avevano trovato
nascondiglio in un cascinale poco lontano dal suo». Il
Tagliatella, alto e sparuto, biondiccio e pieno di lentiggini,
fabbro o bracciante come capitava, doveva il nomignolo a nient'altro
che al suo desiderio, sempre espresso e raramente appagato,
di poter mangiare un piatto di tagliatelle. «Taiadela»,
gli domandavano come in una litania i paesani, «cos'hai
mangiato oggi?». «Polenta e madonne», rispondeva,
riferedosi alle bestemmia del padre adottivo, l'Isidoro, che
con le sue imprecazioni coinvolgeva i santi di mezzo calendario.
Il Baldo, poi, vantava un nonno, inimitabile maestro nella pesca
e nel rimediare il pasto, mezzo anarchico e mezzo comunista,
vantava letture "di quelle vere", diceva al nipote,
"non quelle stupidate li", alludendo ai testi delle
scuole fasciste. Era stato manganellato a dovere, il Lisander,
nonno del Baldo, dagli squadristi della Bassa, gli avevano fatto
sputar sangue, «gli venisse un cancher doppio anche dopo
morti». Rosamunde, Dolci chimere, Reginelle |
 |


campagnole,
non solo canzoni del tempo suonate come veniva nelle afose sere
di luglio all'osteria della Mora: il Fosco, il Tagliatella e
il Baldo si mettevano insieme spesso e volentieri anche per
organizzare attentati. Contro i fascisti e i crucchi. «Andiamo
alla caserma dei crucchi e buttiamo dentro la bomba da una finestra».
Nella valle è cominciata la guerriglia, si scappa in montagna,
«all' apparire del bando per la Germania molti tornarono d'istinto
a nascondersi, ma questa volta li tirò fuori il segretario del
Fascio repubblichino, l'Orecchione era chiamato, per le vistose
appendici che gli sventolavano intorno al testone». Nella valle
si dà manforte ai partigiani, è un territorio ad alta febbre
politica, un passato di ribellione socialista, anarchica, comunista
radicato nel profondo. Nella valle si muore. A liberazione avvenuta,
«una nuova lapide si aggiunse al monumento ai Caduti. Nell'elenco
figurava anche il nome dell'unico tra i partigiani del paese
morto dove era nato: Ortolan Benito Francesco detto il Baldo,
che ebbe in più una piccola stele ai piedi dell'albero dove
i tedeschi l'avevano appeso, dopo averlo ammazzato nella battaglia
del pioppeto». Agli squadristi non si piegano, tampoco ai crucchi
- gli venisse un cancher -: gli uomini umili e indomiti protagonisti
del libro di Banali |
 |
(contadini,
braccianti, pescatori, falegnami, fabbri) offrono anche del
pan de furmentun e de l'acqua del fos che è la loro condizione
di vita, fatta del duro lavoro dall'alba al tramonto, del letto
che spesso èsolo uno strato di foglie di granoturco, di case
senza elettricità, né acqua, né gabinetto. Ma che è anche un
mondo che inalza bandiere, palpita di idee e di ideali, Garibaldi,
Bakunin, Quarto Stato, Marx, socialismo, comunismo. E il sole
dell'avvenire. Ferventi, a loro modo irriducibili. E solidali,
forti, vitali, assai difficili "da mettere a posto". "Ribelli"
anche dopo, a guerra finita: «Fin dai primi giorni della libertà
i partiti si riorganizzarono: i democristiani all'oratorio,
i socialisti nel retrobottega del Dopolavoro che si stava trasformando
in cooperativa; i comunisti (che apparvero subito i più forti)
nella ex Casa del Fascio requisita». Strapaese. "Caman bois",
al Fosco e al Tagliatella e all'Angelino non vanno a genio nemmeno
quei "mericani" lì, arrivati in piazza a comandare e a pretendere
che loro, i partigiani, mettano giù il mitra. Ribelli e furibondi,
in seguito. «Democrazia Cristiana 12 milioni, Fronte Popolare
8 milioni», l'agghiacciante notizia (la sconfitta delle sinistre
il 18 aprile 1948 ndr) stese dapprima un silenzio pesante, attonito;
e l'Angelino che ripeteva, in una soffocata cantilena "ce l'hanno
proprio infilato tutto, manec e umbrela"». Delusi, arrabbiati,
recalcitranti, per niente ligi alla disciplina del Partito.
Cercarono guai e li trovarono purtroppo, anche il Partito -
il loro Partito Comunista Italiano, ovviamente - fu costretto
a prendere le distanza, il tempo degli attentati era finito;
finito anche per loro (ve lo ficcate in testa o no?). Gli tolsero
la tessera a quelle teste uno spaccato vivido, quasi cinematografico,
di quel mondo |
 |

Gente sfegatata per a politica, e con robusta propensione al
rosso, viva la Russia e viva Lenin, abbasso il fascio. Nel paese
occupato
dai tedeschi, anzi dai «crucchi»
|
 |
 |
|
calde che erano. E dopo qualche "misterioso" attentato contro
il padrone della Fabbrica, quel gran sfruttatore di "lauradur",
alcuni di loro finirono in galera. Dispersi, sconfitti, i ragazzi
di "Avanti popolo la riscossa" (come la cantavano loro) spariscono
per sempre dall'orizzonte della Bassa. Fosco muore povero e
solo. Lui, che se gli chiedevano qualcosa, fino all'ultimo aveva
continuato a rispondere: «Macché famiglia e non famiglia, non
ho tempo io. Ma lo sapete o no che di qui a non molto c'è la
rivoluzione?». Quel "matto" di un Fosco. |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
![Liberazione della domenica - 21 maggio 2006, pag. 7 [nuova finestra] Liberazione della domenica - pagina](p7web.jpg) |