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Il Lago Perduto
Varese, le voci degli ultimi pescatori
Introduzione
Questo libro
arriva da lontano, da suggestioni d'infanzia, ricordi vivaci e colorati
che rimarranno per sempre nel cuore.
Una barca di
legno, un'"inglesina", un nome di donna scritto sulla
prua, Giuliana, Rita, forse Laura, il papà che rema dalla Schiranna
verso Bodio, il campanile di Biandronno dietro il promontorio, rassicurante
come una stretta di mano. Un lago amico, che qualche anno più tardi
avrei frequentato più di una fidanzata, ogni stagione dell'anno.
Nei miei ricordi di fanciullo c'è sempre una barca e una canna da
pesca, il cestino con i gobbini e le scardole, il temporale che
scoppia all'improvviso e allora abbocca di tutto, perfino il persico,
perfino il luccio.
Davanti alla
"Strencia" c'erano dieci barche, nelle estati di trent'anni
fa, i gobbi erano ancora grandi come una mano, e sotto il trampolino
di Biandronno, con l'amettiera e i cagnotti, tiravi su delle belle
alborelle. D'inverno salpavo con la "spingarda" del Paolone
Della Chiesa e percorrevo rotte mai osate prima, Calcinate, Oltrona,
Capolago, mi portavo la canna a lancio e il rapala, più che altro
per darmi un tono. Mi piaceva star solo, fin da allora, amavo quei
silenzi rugginosi, la nebbiolina fitta tra le canne dorate, l'odore
pungente dell'acqua ferma, le ore suonate dai campanili. Ogni tanto
approdavo, spesso alla foce del Tinella, provavo lo stimolo dell'impresa,
della remata lunga, saporita, immaginavo i pesci che avrei pescato
in primavera in quei luoghi fatati, sospesi. Com'era bello poi ritrovare
la via di casa, il sentiero tra le canne e la darsena del Paolo,
mentre il cielo scuriva nei pomeriggi di novembre e i camini fumavano
sui tetti rossigni, con le voci degli uomini appena percepite, poco
oltre gli alberi. Li vedevo, i pescatori, erano lontani punti in
movimento, scuri e curvi sui remi, presenze mute, galleggianti.
Mio padre, all'aprirsi
della stagione, andava a Cazzago, per farsi fare il permesso di
pesca con la barca dal Giorgetti, ul càp di pescadùr, come diceva
lui. Una carta scritta a mano, tot giorni tot lire, e l'indomani
via verso Bodio, a pescare le tinche. Non sono mai cresciuto del
tutto, e ancor oggi mi aggiro per il lago con il barchèt del Luigi,
e i pescatori li conosco uno a uno. Li vedo remare, dondolando il
corpo in avanti in una danza faticosa, in un lago che non è più
il loro e forse nemmeno il mio. Hanno ancora negli occhi la curiosità
del domani, la voglia di giocare con i pesci, di capire le loro
nuove abitudini, lo fanno per non morire davanti alla televisione,
da anziani inutili, come vorrebbe il nostro demenziale modello di
vita.
Loro conoscono
un mestiere, quello del pescatore, che è fatto di sapere tramandato
da secoli, di gesti precisi, perfino di parole sagomate su quei
gesti, un argot di straordinaria bellezza custodito come un tesoro
e per questo raro e delicato.
Un mestiere
che altri uomini hanno reso inutile, come è inutile, oggi, qualsiasi
cosa non venga ottenuta rapidamente e senza fatica.
Solo un giovane
ha scelto di vivere pescando, si chiama Daniele Bossi. La fabbrica
l'avrebbe ucciso, lui nato al Pizzo di Bodio, libero di corpo e
di mente, come suo padre, suo nonno e il nonno di suo nonno. Libero
di andare a lago giorno e notte, di svegliarsi con il sole o con
la luna, e remare per chilometri, posando una rete che ha la coda
come una cometa. Un mestiere che non è mutato molto dai tempi delle
palafitte, una barca di legno, dei secchi e i tremagli, la nebbia
che ti inghiotte e i fuochi sulla riva, le ossa che cigolano per
l'umidità.
E' il lago ad
essere mutato, colpito a morte dall'inquinamento e dalle chiacchiere,
poi usato come cavia per esperimenti miliardari di improbabile risanamento,
sventolato come bandiera turistica da politici a caccia di voti
e visibilità. Il lago ha sete, le sue acque si sono ritirate, il
progetto di ossigenazione è miseramente fallito, dilavando otto
miliardi e mezzo di vecchie lire e lasciando gli scheletri metallici
delle stazioni di insufflaggio a deturparne il profilo. In altri
Paesi i colpevoli di tanto spreco verrebbero rimossi dall'incarico,
nel nostro preparano nuove nefandezze spacciandole per progetti
qualificati. Una risata basta a seppellire, al porticciolo di Cazzago
Brabbia, il cartellone che Sogeiva, Ccr e Provincia hanno apposto
con le promesse di risanamento e riqualificazione del lago di Varese:
non una è stata mantenuta e al posto dei Salmonidi, ipotizzati quale
fiore all'occhiello del futuro bacino risanato, nuotano quintali
di carassi e pesci gatto.
Drogato dai
fosfati, da scarichi industriali e civili, il lago era andato in
overdose, producendo ogni cosa in quantità smisurata: pesci, canneto,
vegetazione acquatica. Poi lo scoppio, l'ossigeno che viene a mancare,
le morìe di pesce, la fine di un'epoca e di una civiltà, quella
legata alla pesca. Il lago oggi è un buco nero in una cornice dorata.
Si ritira a poco a poco il canneto, dove il pesce andava a fregare
e deporre le uova, aumenta a dismisura la castagna d'acqua, che
non viene sfalciata come dovrebbe e marcisce in autunno, depositandosi
sul fondo e consumando ossigeno, i venti e i piccoli affluenti trasportano
a lago grandi quantità di fogliame non più raccolto dai contadini,
specie non autoctone, come il fiore di loto, seminato per scopo
ornamentale, minacciano con la loro invadenza ninfee e nannufari.
Lo stesso succede con i pesci. Scomparse alborelle e anguille, diminuiti
drasticamente persico e luccio, latitanti i persici sole e trota,
specie buone al massimo per i laghetti della pesca sportiva, come
carassi e pesci gatto, hanno invaso le acque rompendo del tutto
l'equilibrio biologico e riproducendosi in maniera esponenziale.
"L'inquinamento
ha squilibrato il rapporto che esisteva tra predatori e predati,
questa è la causa principale, ma non la sola, della crisi della
pesca nel lago di Varese", scriveva 25 anni fa Ernesto Giorgetti,
pescatore e poeta. Parole di drammatica attualità, che mostrano
come in un quarto di secolo nulla sia cambiato.
Oggi come allora,
a mettere mano ai malanni del lago sono tecnici che lo trattano
come un'entità astratta, un problema matematico, senza averlo mai
visto, navigato e vissuto. Si colpisce a casaccio l'effetto, senza
uccidere la causa. I pescatori vengono utilizzati come spazzini,
pagati per ripulire le acque dalle specie parassite, e non ascoltati
per la loro esperienza di decenni, per la conoscenza capillare di
acque e fondali, delle abitudini dei pesci e del loro comportamento.
Non si tiene
conto della cultura del lago, si tende a snaturarne l'identità,
a cancellarne la storia. "...Un'epoca è finita e ne incomincia
un'altra, di cui non si può prevedere lo svolgimento, quand'anche
le acque tornassero quelle di prima. E' la gente che non è più quella
di prima e il nuovo rapporto con il lago è tutto da inventare: il
discorso è di estremo interesse e non può non partire da una riflessione
sul passato. A chi è nato e cresciuto sulle sponde il modo di intendere
il lago dei "cittadini" ha sempre fatto un po' ridere
e non per superbia, ma per la superficialità dell'approccio, come
se di una donna si apprezzasse soltanto il vestito. Godere a fondo
del lago vuol dire conoscerlo a fondo, sul filo della continuità
con quello che è stato e con quello che ha dato agli uomini che
di generazione in generazione ne hanno abitato le rive. Così l'idea
di attrezzare il lago di Varese per farne qualcosa di simile a un
Verbano o a un Lario in miniatura sarebbe assurda: il suo fascino
è nella sua "marginalità", nella sua selvatichezza, nella
possibilità che ancora può offrire di un contatto con la natura".
Parole illuminanti di Luigi Stadera, storico del lago e fine scrittore,
tratte da un suo libro del 1995.
E' tipico dei
nostri tempi osservare le cose da lontano, senza immergerci le mani,
senza toccare la terra, il fango, come facciamo con le guerre, i
terremoti, i disastri aerei davanti al televisore. Il lago lo si
guarda dalla pista ciclabile, potrebbe essere rosso, verde o giallo,
vuoto o pieno di coriandoli, è soltanto un grande schermo che colma
quella parte di paesaggio. Nessuno ha la curiosità di conoscerlo
da vicino, perché nessuno gliene offre la possibilità. L'indegno
stato di abbandono in cui versa l'Isola Virginia, è la testimonianza
più evidente dell'assoluto disinteresse degli amministratori verso
il patrimonio naturale e storico del nostro lago. Invece di restituire
al patetico museo archeologico struttura e contenuti che giustifichino
il pagamento di un biglietto d'ingresso, si pensa di collegare l'isolino
alla terraferma con un ponte, cancellando l'opera della natura e
lasciando il piccolo paradiso in balia di ogni tipo di assalto.
Il lago va amato
spicchio per spicchio, conosciuto con rispetto e attenzione, in
punta di piedi, con l'educazione civica di residenti e villeggianti,
da intraprendere al più presto comune per comune, con corsi intensivi
tenuti da chi veramente sa. Naturalisti, letterati, storici, pittori,
legislatori, pescatori, poeti, scienziati, canottieri si facciano
avanti per far capire alla gente cosa vuol dire avere a disposizione
una ricchezza come quella di un lago prealpino, con quale cautela
ci si debba avvicinare alle sue rive, alla flora e alla fauna, quale
straordinaria forza morale esca fuori da quelle acque - Carlo Linati
scriveva: "L'acqua è la sapienza, la moralità della nostra
terra" - prima che all'inquinamento chimico si sostituisca
quello da stupidità e ignoranza, ben più insidioso e difficile da
combattere.
Questo libro,
che vede la luce grazie alla passione di un pugno di amici, vuole
essere un piccolo strumento di conoscenza di un mestiere che sta
per finire, un omaggio alla gente del lago, a chi resiste a remare
ogni giorno e a gettare una rete.
Sono sette i
pescatori professionisti ancora in attività, Ernesto, Luigi e Natale
Giorgetti di Cazzago Brabbia, Carlin e Daniele Bossi del Pizzo di
Bodio, Gian Franco Zanetti di Gavirate e Gianni Nicolini di Calcinate,
cui si aggiungono Antonio Molinari di Bardello e Mosè Bossi di Bodio,
ufficialmente a riposo ma di fatto ancora a lago quasi tutti i giorni.
Sono gli ultimi soci della "Mutua cooperativa pescatori lago
di Varese", fondata nel 1922 dai loro padri, quando il diritto
di pesca venne acquisito per 500 mila lire dal marchese Ettore Ponti,
un sodalizio che negli anni '50 contava ben 32 iscritti.
In queste pagine
raccontano qualche ritaglio della loro vita, li si vede pescare
e sorridere, amare per sempre un lago di bellezza assoluta, "una
perla azzurrina legata in pallido argento da una nebbietta smagliante",
come scrisse Riccardo Bacchelli. Antichi cavalieri senza dimora,
la sede della Cooperativa, a Calcinate del Pesce, sta infatti per
essere venduta, i locali dove il pesce veniva allevato, conservato
e smistato sono ormai inutilizzati. Nessun comune o ente si è fatto
avanti per rilevarla e magari pensare a un museo della pesca e della
cultura del lago da allestire al suo interno. Un luogo della memoria,
per conservare le barche e le reti, gli oggetti e le parole della
pesca, le immagini di secoli di storia, i riti e le tradizioni di
un mondo scomparso, perché gli uomini sono cambiati e di conseguenza
anche il lago.
A Cazzago Brabbia
incontro spesso una signora col cagnolino e mi fermo a parlare:
"Sa, una volta le darsene venivano pulite alla fine dell'inverno;
gli uomini entravano a gambe nude nel fango e con i badili spazzavano
il fondo, così per tutto l'anno potevano entrare e uscire con il
barchèt, anche quando il lago era in secca. Mio nonno sfamò sei
figli con i soli proventi del lavoro in palude Brabbia: con la torba,
la lisca e le cannucce e il gran pesce che pescava nei chiari, la
sua famiglia campò dignitosamente; in stalla c'era una mucca e intorno
un po' di terra da coltivare. La palude era curata come un giardino,
era il tesoro che ognuno si portava con sé un pezzetto per volta".
Oggi visitiamo
la Brabbia come si fa con un museo, da feritoie osserviamo la moretta
tabaccata e il mestolone farsi i fatti loro come da bambini spiavamo
Topolino nel view-master, non ci bagniamo i piedi, non ci sdraiamo
sul prato, se un bombo ci ronza attorno due volte chiamiamo i caschi
blu. Nessuno dice che il canneto si secca già a metà luglio e non
si sa il perché, il laghetto di Biandronno è quasi completamente
interrato, i boschi non vengono più curati, le vecchie darsene lasciate
in rovina, e intanto la signora col cagnolino racconta e racconta,
di quando sua madre veniva ai "sassoni" a lavare e dopo
il temporale tutto era lustro come tirato a cera, di come si tagliava
e lavorava la lisca, del rispetto che i pescatori avevano per quelle
acque, dei piccoli riti quotidiani per ingraziarsele.
Storie di uomini
e di natura, di una natura vissuta e agita, non immaginata su internet
o chiacchierata nelle stanze del potere, a chilometri di distanza.
La natura siamo noi, e la nostra sapienza, il rispetto e la responsabilità
per un bene che è di tutti sono la linfa senza la quale, come scriveva
Walt Whitman, tutto sarebbe "solo seme, latente, non nato".
Qualche volta, per capirlo, basta un paio di stivali.
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