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Un garibaldino in Spagna
Articolo
di Giovanni Pesce
su Liberazione
del 23 aprile
2006
Ho fra le mani
con una certa emozione il mio vecchio libro "Un garibaldino
in Spagna", ristampato, esattamente dopo mezzo secolo, da Arterigere
di Varese per il 70° anniversario della guerra di Spagna (che
cade nel prossimo luglio) e, con la memoria, torno ai tanti compagni
reduci di quella grande esperienza di lotta, ma anche di umana solidarietà:
quei tanti compagni reduci che divennero la spina dorsale della
Resistenza italiana. I comandanti e i commissari politici, il "cuore"e
il "motore" della lotta contro il nazifascismo. È
il 25 aprile e la connessione storico-politica fra lotta di Liberazione
e la guerra di Spagna è un atto dovuto. Chi combatté
contro Franco e il fascismo di Mussolini e di Hitler ebbe l'opportunità
di formarsi una precisa identità, per il successivo impegno
nella lotta in Italia: in un continente trasformato in una immensa
trincea.
«Io mi permetto
di affermare - aveva scritto in modo profetico Emilio Lussu - che
noi abbiamo bisogno di andare in Spagna più di quanto la
Repubblica spagnola non abbia bisogno di noi». Non molto tempo
dopo Carlo Rosselli, organizzatore fra gli altri della "Colonna
italiana", lanciò da radio-Barcellona la storica parola
d'ordine "Oggi in Spagna, domani in Italia". Una consegna,
o un auspicio, che non solo esprimevano la speranza di portare nel
nostro Paese la lotto contro Mussolini, ma già prefiguravano
in senso concreto, e non solo ideale, quella "guerra civile
europea" tra democrazia e fascismo che sarebbe esplosa sullo
scenario della Seconda guerra mondiale.
Ecco la ragione
della mia riflessione alla vigilia di un nuovo 25 aprile, mentre
il nostro Paese vive laceranti contraddizioni e divisioni profonde,
cupi segni di un domani pieno di incertezze.
L'inizio della
guerra civile di Spagna nel 1936, settant'anni fa e la vittoriosa
conclusione della Resistenza italiana il 25 aprile 1945 sono uniti
da un legame strettissimo, fatto di sacrifici, caduti, vittorie,
sconfitte, umiliazioni, riscatti, speranze, delusioni. E il pensiero
va a quegli italiani che, chiusa la parentesi spagnola, tradussero
in pratica la consegna di Rosselli, trasformando le loro esistenze
in baluardi dell'antifascismo sulle montagne e nelle città
d'Italia. Troppi sono i nomi e molto alto è il rischio di
dimenticarne qualcuno (il che suonerebbe come un torto insopportabile).
I comandanti no, questi li ricordo tutti, come ricordo chi in Spagna
mi è stato vicino in formazione o in battaglia; quelli sono
nomi scolpiti nel mio cuore, tanto alti furono i loro profili, insieme
militari e politici. Da Luigi Longo, ispettore generale delle Brigate
internazionali e poi vice comandante del Corpo volontari della Libertà;
a Ilio Barontini, commissario politico del "Battaglione Garibaldi"
e comandante partigiano nella Resistenza, mio mentore nelle prime
azioni gappiste di Torino, a Leo Valiani garibaldino e membro del
Comitato internazionale di Milano; ad Antonio Roasio, commissario
politico del Battaglione Garibaldi e membro; a Francesco Scotti,
commissario politico in Spagna e dirigente della Resistenza piemontese;
ad Anello Poma nella Brigata Garibaldi e commissario politico nel
Biellese. E Alessandro Vaia, comandante della Brigata Garibaldi
e poi in Italia, nel Triumvirato delle Marche e della Lombardia;
e Domenico Tomai, "eroe" della difesa di Madrid sull'Jarama
e poi nella guerriglia in Valtellina; e Riccardo Mordini, che dal
fronte spagnolo trasse forza per guidare i giovani garibaldini dell'Oltre
Po nella pagina estrema del fascismo repubblicano a Dongo; e Vittorio
Bardini nella batteria "Gramsci", poi nel Gap di Milano
e infine deportato a Mauthausen. E ancora: Mario Ricci, garibaldino
sui fronti di Huesca, Brunete, Ebro, poi medaglia d'oro della Repubblica
partigiana di Montefiorino; Francesco Leone commissario politico
della Centuria "Sozzi" poi nel Triumvirato toscano; Aldo
Lampredi, commissario delle Brigate Internazionali e membro della
"missione" che giustiziò Mussolini; Teresa Noce,
Giuseppe Alberganti, Antonio Cetin, Egisto Rubini (fondatore del
3° Gap di Milano suicida in carcere per non parlare); Angelo
Spada (massimo esperto in campo di esplosivi); Antonio Ukmar. E
tutti gli altri.
Francesco Fausto
Nitti nel suo libro autobiografico scriveva: «La guerra di Spagna
è una battaglia. Altre battaglie si annunciano in questa
Europa senza pace». «Cambiavamo il fronte», aggiunse
Luigi Longo che vedeva molto lontano. Ed era vero. Non fummo in
Spagna dei vinti, ma giovani e anziani che marciavano come dei combattenti
anche nella dolorosa ritirata. Avevamo il rimpianto nel cuore; lasciavamo
il popolo spagnolo, ma ci attendevano altre dure prove da combattere
con gli stessi sentimenti e gli stessi ardori. Questa volta vittoriose,
sino al "radioso 25 aprile".
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