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Mauthausen
TESTIMONE DELLA STORIA
di Franco
Giannantoni
Scampati dall'inferno dei campi di
sterminio, l'urgenza era quella di far conoscere al mondo intero
la mostruosità dei nazisti, la realtà orrenda delle
camere a gas, i dettagli infami della cosiddetta "soluzione
finale".
Giuliano Pajetta, uno dei pochi sopravvissuti
del campo di Mauthausen, pur non ancora trentenne, aveva già
alle spalle un carico di esperienza di straordinaria, intensa drammaticità,
dal volontariato in Spagna nelle Brigate Internazionali dalla parte
del governo legittimo, all'internamento nel campo di Vernet, alla
lotta nelle formazioni del "maquis" e in quelle partigiane
in Italia, all'arresto e alla deportazione nel lager di Mauthausen.
E anche qui, in condizioni che è poco definire disumane,
Pajetta non cessò di combattere contro i carnefici hitleriani,
entrando a far parte, come rappresentante degli italiani, nel Comitato
di resistenza del campo. Con i propri occhi era stato testimone
dei crimini del Terzo Reich e come prima cosa, appena liberato,
scrisse un libro di denuncia, che fu pubblicato a Milano nel 1946
dall'editore Orazio Picardi col titolo "Mauthausen" e
che oggi, dopo la riedizione a cura dell'Anpi di Varese nel 2001
per i tipi di Arterigere, è riproposto in una veste grafica
in parte rinnovata.
Il libro, naturalmente, risente del
clima di quegli anni, quando per l'appunto, l'urgenza principale
era di estendere il più possibile la conoscenza di quella
che era stata la programmazione del genocidio. Non a caso, sotto
il titolo del libro, si leggevano queste parole: "... Le SS
presero delle sbarre di ferro e li finirono tutti. Pochi minuti
dopo dei carri trainati da uomini portavano i cadaveri al crematorio".
Quando fu pubblicato il libro, nel
nostro Paese, uscito da una durissima lotta di Liberazione, non
era sconosciuta la ferocia dei nazisti. Le fosse Ardeatine, le stragi
di Marzabotto e di Boves, le fucilazioni, le torture, gli stupri
erano parte della realtà italiana. Ma pochi, a parte gli
scampati, sapevano della pianificazione scientifica del genocidio.
Da qui, da questa consapevolezza, prese le mosse Giuliano Pajetta.
Il suo fu un grido di denuncia ma anche il dettagliato resoconto
di un diabolico meccanismo che aveva prodotto qualcosa come sei
milioni di morti. L'orrore rivisse nelle pagine del suo libro.
Oggi, la letteratura sui campi di sterminio
è ampia. Non solo le testimonianze, ma pure le ricerche approfondite
di molti studiosi italiani e stranieri non mancano continuamente
di rivelare aspetti inediti sul grande massacro. Per chi lo voglia,
sono a disposizione gli atti dei numerosi processi, primo fra tutti
quello di Norimberga. E tuttavia un libro come quello di Giuliano
Pajetta, che potrebbe apparire datato, è importante che conosca
una nuova edizione in un momento in cui le tesi del revisionismo
e del negazionismo si fanno sempre più strada negli organi
di informazione, in paludati convegni, in ricerche contrabbandate
come storicamente attendibili. Siamo di fronte ad una vera e propria
"campagna" di discredito e di falsificazione che non accenna
a finire arricchita dal contributo assordante di "voci"
di ogni natura, non esclusa e non ultima quella, seppur circoscritta,
di un alto prelato, quel vescovo Williamson, di matrice lefreviana,
ricondotto di recente alla Chiesa ufficiale ancorchè tenace
assertore della inesistenza dei campi di sterminio e della politica
razziale. Sembra infatti che cancellare il filo della Memoria e
della Storia sia un esercizio che in qualche modo risponda alle
necessità prioritarie di una società prosciugata dei
suoi valori più alti come da quelli della rigorosa difesa
delle radici democratiche.
La riflessione su tema, lacerante ed
amara, non esclude il nostro Paese dove il proliferare di organizzazioni
di matrice nazifascista appare talmente vistoso e organizzato da
provocare forti preoccupazioni non certamente, al momento, controllate
in modo efficace, anche in base alle leggi vigenti, dalla politica
governativa che conta fra i suoi mentori unità riconducibili
alla destra più estrema.
Giuliano Pajetta non è un testimone
qualunque. È una persona che, sull'esempio del fratello Giancarlo,
(e così avverrà, poi, per il più giovane Gaspare)
cominciò a militare nelle file dell'antifascismo sin dall'adolescenza.
Nato a Taino, il primo ottobre del 1915 (è scomparso il 15
agosto 1988), entrò a far parte del Partito comunista clandestino
nella primavera del 1930, quando ancora non aveva compiuto i quindici
anni. Le sue prime azioni si svolsero nel Varesotto e a Torino.
Nel novembre del 1930 conobbe, per
la prima volta, la prigione, avendo manifestato la propria solidarietà
ad un gruppo di disoccupati torinesi. Per sfuggire ad un ulteriore
arresto, nel novembre del '31 espatriò in Francia, da dove,
nel '32, fu inviato dal partito a Mosca per frequentare la scuola
leninista fino alla metà del '33. Successivamente svolse
attività nel Komsomol in Crimea e in Ucraina. Nel '34 fece
ritorno in Francia dove fu dirigente, nell'organizzazione giovanile
comunista. Nel '36 andò in Spagna, dove, a soli ventun anni,
divenne l'aiutante di Luigi Longo al comando generale delle Brigate
Internazionali, assumendo poi l'incarico di commissario politico
della tredicesima brigata, rimanendo ferito, nel '37, nella battaglia
di Brunete. Finita la guerra civile spagnola, Giuliano tornò
in Francia, dove riprese l'attività politica e dove, nel
'39, fu arrestato e internato nel campo di Vernet. Fuggito nel '41,
riprese l'impegno di partito nelle Alpi marittime. Arrestato nel
maggio del '42, fu condannato a tre anni di reclusione. Nel febbraio
del '44 evase nuovamente dal carcere di Nimes, raggiungendo i gruppi
del "maquis" nella Francia meridionale. Nel maggio dello
stesso anno rientrò clandestinamente in Italia, assumendo
incarichi di rilievo nelle formazioni partigiane. Catturato dalle
SS nell'ottobre del '44, venne deportato a Mauthausen.
Dopo la Liberazione fu eletto nel Comitato
centrale del Pci e ricoprì vari incarichi di direzione, fra
cui anche quello di rappresentante del Pci nelle organizzazioni
del Cominform. Proprio in queste sedi si oppose con ferma determinazione
contro i processi stalinisti che avevano per imputati dissidenti,
alcuni dei quali, fra l'altro, erano stati suoi compagni di lotta
in Spagna. Giuliano Pajetta, il cui comportamento fu semplicemente
esemplare, pagò un duro prezzo per questo. Su pressione del
Pcus, fu estromesso dal Comitato centrale e da altre cariche del
partito. Soltanto nel '56, dopo il ventesimo Congresso del Pcus
e la violenta requisitoria di Krusciov, potè tornare, con
incarichi di direzione, nell'attività di partito.
Figlio del Varesotto, dove, giovanissimo,
iniziò la sua coraggiosa battaglia contro il fascismo, l'Anpi
di Varese e l'Associazione Culturale "Elvira Berrini Pajetta",
riproponendo questo prezioso documento, punto di riferimento per
tutti, hanno inteso rendergli un doveroso omaggio.
Varese, aprile 2009
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