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La traversata
del lago
Prefazione
Silenzio. Un
senso di quiete, di morbido dipanarsi delle cose, avvolge questo
lungo racconto di storia passata, quasi una memoria opalescente
che piano piano prende forma e diventa parola, immagine colorata
oppure attraversata da grigi e da neri, piccole onde di sentimento
subito placate.
Si parla di
un lago, lo si evoca al pari di una divinità, lo si rispetta,
nei suoi ritmi diseguali, nel suo donare e prendere, nell'incanto
del paesaggio sempre diverso, nel trascorrere delle stagioni, forse
ancora quelle di un tempo, chissà.
Il lago è
ai nostri piedi e a quelli del Campo dei Fiori, si indovinano i
nomi dei paesi, Cazzago, Calcinate, Bodio, si riconoscono i volti
dei pescatori, il Luigi, l'Ernesto, il Carlin, il Daniele, certo
in baffi finti, ma presenti nel loro intenso vissuto, nel molto
che hanno da regalare a chi oggi quest'acqua la osserva da lontano,
come si fa con gli animali allo zoo.
Ma i regali
bisogna meritarseli, e l'Amerigo, l'Ezio, il Franchino e il Luigi,
nomi dal suono antico scelti dall'autore per rappresentare una saga
popolare attentata dalla modernità, li dispensano attraverso
i gesti, l'accumulo di giorni, mesi e anni trascorsi in barca sotto
il sole e le stelle, lo sguardo, che sembra lontano e invece abbraccia
la riva e l'infinito.
Le parole sono
poche e riguardose, pudiche, ma precise come caratteri a stampa,
ciò che serve per campare, senza il fardello dei sogni o
dei sentimenti, cose fatte per renderci fragili, fuori da quella
realtà di fatica e umidità, di freddo e vento, di
reti da rammendare e barche da mettere all'asciutta, quando il legno
non ne può più dell'acqua.
Raffaele Pugliese
non è uomo di lago, viene da fuori, ma l'umidità di
queste terre gli è entrata nelle ossa, come la voglia di
immaginare l'antico sorriso delle acque e dei pescatori, le abitudini
e i riti, la voglia del barchèt che ti prende da bambino
e non ti lascia più, perché ogni giorno si rema in
un modo diverso, e i piccoli vortici creati dalle pale nell'abbracciare
il liquido che fugge sono parole silenziose, strizzatine d'occhi.
Il lago è
la Grande Madre, è un idolo e un amico fedele, un luogo senza
tempo e una miniera di colori in cui vite diverse si intrecciano
e combattono, e Amerigo, ragazzo presto uomo, del lago impara a
conoscere i segreti, attraverso quelli abbandonati dal padre Luigi
in un baule e le parole accorte di Ezio, l'anziano e saggio pescatore
depositario della sua "educazione sentimentale".
La pesca è
fatta di astuzie e di mestiere, di tecnica e sapere, ogni pescatore
ha il suo piccolo lago personale, dove posare le reti e sperare.
C'è chi pesca di giorno chi la notte, ma ognuno riconosce
i versi degli uccelli, il movimento impercettibile dei pesci a pelo
d'acqua, il frusciare sospetto delle canne, il lamento che sale
dal ghiaccio all'arrivo della sera.
«Noi siamo
la storia del luogo in cui siamo nati», dice Ezio al giovane
discepolo, ma la civiltà del tremàcc e del
rierùn, dei bertovelli e del remà a pescìn
è scomparsa per sempre, uccisa dall'inquinamento e dal mutare
dei tempi, non ci sono più le alborelle, il persico scarseggia,
sparita la sede della cooperativa a Calcinate, chi ancora pesca
è anziano, e sa che dopo di lui nessuno getterà le
reti a filo delle castagne d'acqua.
Dove si seppellisce
il ricordo di un lago ricco di formidabile energia, della palude
madre dei pesci e serbatoio di vita, delle nebbie notturne con le
donne a riva a ululare per richiamare i mariti e i figli persi nelle
loro barche?
Nei libri come
questo, in cui la storia degli uomini e della natura che li circonda
scorre come in un documentario, ché la scrittura di Pugliese
svela immagini continue, cartoline di luoghi lontani eppure vicinissimi,
a portata di remo, ma inaccessibili a chi non possiede dentro di
sé la "malattia" del lago, la febbre che danno gli odori,
i suoni ovattati dell'inverno, i verdi e gli ocra dei canneti, i
tappeti di foglie sospesi sull'acqua e quell'isola non trovata su
cui siamo nati.
Quando si ama
alla follia qualcosa o qualcuno, li si vorrebbe sempre accanto a
noi, non importa in quale forma, così Amerigo il lago lo
disegna ogni giorno, un pezzetto per volta. Tratto dopo tratto,
si anima come la sua vita, con il destino che lo porta lontano ma
la mente ferma lì, alla casa dei padri, la cà dur
lägh, la chiesa dei pescatori, il domicilio dei giorni perduti,
dove le reti vanno a riposare e i gatti sonnecchiano sapienti.
Il lago è
morto in un lontano giorno di primavera, all'apertura della stagione
di pesca, morto per sempre, assieme alle storie di reti e di barche,
alle donne che venivano a lavare sui sassoni, alle serate all'osteria,
ai lavarelli comparsi a migliaia e mai più ritornati, alle
leggende di cavalieri erranti sul ghiaccio, ai barcatt maestri
d'ascia e di sapere, alle freghe di milioni di pesci con l'acqua
a ribollire come in un geyser.
Il lago non
c'è più, è solo acqua tra una montagna e l'altra,
non produce denaro ed è anche un po' noioso, così
immobile e spesso grigio, pensate se lì ci fosse una pianura,
con tanti ipermercati, fabbrichette, villette, giardinetti, superstrade,
parcheggi, multisale e discoteche... Allora sì politici e
affaristi, ormai una cosa sola, ci metterebbero le mani, in cerca
di voti, favori e tangenti, ma un lago, signori, a cosa serve?
Soltanto allo
spirito di qualche poeta, alla malinconia degli anziani e ai bambini
che portano da mangiare ai cigni, a sparuti vogatori e fotografi,
a chi cerca tra le canne la sagoma del tarabusino, a chi scrive
la storia della pesca, a chi cerca nel dialetto le radici della
nostra vita, a chi bacia una ragazza al tramonto, a chi ama il silenzio
del cielo, a chi fa collane con le castagne d'acqua, a chi nel gelo
di gennaio esce col barchèt per dar da mangiare ai
gabbiani, a chi beve un bianchino al chiosco dell'Amedeo, a chi
appende un quadro nelle ghiacciaie, a chi ci fa un tuffo a dispetto
dei colibatteri, a chi fa danzare burattini, a chi cammina lungo
le rive, a chi si mangia ancora una tinca coi piselli, a chi osserva
le libellule alla foce del Brabbia, a chi sorride al blaterare degli
onorevoli, a chi...
Toh, alla fine
siamo in tanti a voler bene alla Grande Madre, e se porteremo questo
libro nelle scuole e nelle librerie, lo regaleremo agli amici, il
lago continuerà a vivere e a offrirci emozioni e saggezza.
Perché la sua storia è la nostra come le sue stagioni,
i suoi umori: perciò dipende da noi, e solo da noi, lo sbocciare
di una nuova primavera.
Mario
Chiodetti
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