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Giovanni Pesce "Visone"
un comunista che ha fatto l'Italia

Prefazione

Ça ira!
Ah! Ça ira, ça ira, ça ira!
Le peuple en ce jour sans cesse répète:
Ah! Ça ira, ça ira, ça ira!
Malgrè les mutins tout reussira
Nos ennemis confus en restent là
Et nous allons chanter: Alleluia.

(1789, da un canto della Rivoluzione francese)

* "ça ira" risulta di difficile traduzione. La più corretta è: "ce la faremo".

Al primo posto nel cuore di Giovanni Pesce, medaglia d'oro al valor militare ed eroe nazionale, c'è la guerra di Spagna. Forse perchè allora era giovane, quasi un ragazzo, diciotto anni in tutto. Forse perché era la prima volta. Forse perché conserva ancora nella sua carne il piombo delle battaglie in cui i combattenti volontari delle Brigate Internazionali si scontrarono con i fascisti. Eppure la massima onorificenza che un soldato della libertà possa meritare Giovanni Pesce l'ha conquistata con le sue leggendarie azioni alla testa dei Gap, i gruppi d'azione patriottica, a Torino e a  Milano, negli anni della Resistenza.

Ma se gli si chiede quale sia stata la stagione che ricorda con maggiore struggente nostalgia, quella che lo ha forgiato, gli ha offerto la dimensione reale dei valori per cui si possa mettere in gioco la propria esistenza, la risposta è immancabilmente la Spagna. Perché nella terra di Spagna erano accorsi uomini e donne da tutte le parti del mondo, dalla vicina Francia e dalla lontana America, abbandonando la casa, il lavoro, la famiglia, e spesso la stessa Spagna, perfettamente consapevoli della loro scelta che poteva rappresentare l'ultima spiaggia. Uomini e donne di diversa estrazione sociale e di differenti età, operai, intellettuali, professionisti, artisti, ricchi e poveri. Gente che nella vita non aveva mai varcato i confini della propria terra e della propria campagna e ora, sulla spinta ideale della lotta per la libertà, aveva sfidato l'ignoto, attraverso viaggi lunghissimi, penosi e rischiosi, con la prospettiva di non riuscire mai a raggiungere la meta prefissa. La fotografia del grande Robert Capa che blocca nell'obiettivo il miliziano che cade colpito a morte, con il fucile che gli sfugge di mano, è l'immortale simbolo di un destino da leggenda. Una leggenda non priva di roventi contrasti, ma di epico respiro, di note alte, con preminenza agli accenti di una solidarietà internazionale, di una fraternità operante che ti segna per tutta la vita, di cui Giovanni Pesce è stato uno dei protagonisti.

Tutto questo vale anche per gli anni della guerra di Liberazione in Italia, ma Pesce allora ("Ivaldi" a Torino", "Visone" a Milano) era già più temprato e la prova del fuoco l'aveva già segnato. Nell'isoletta di Ventotene, il campo di concentramento per eccellenza del fascismo, accanto a personaggi come Terracini, Longo, Secchia, Pertini, Ravera, Curiel, Di Vittorio, la sua maturità e la sua cultura di fatto inesistenti, erano cresciute di parecchio. Con la grammatica che, con fraterna pazienza, gli faceva conoscere un'insegnante di rango come Camilla Ravera, Pesce scoprì anche il concetto di patria, per lui molto ostico, cresciuto com'era in terra straniera sin dalla tenera età, all'oscuro dei fatti italiani, delle scelte del fascismo, della stessa classe politica democratica clandestina, del livello di scontro in atto. Non sapeva niente tanto meno della "vera" patria, non la patria oleografica e gonfia di retorica dei gerarchi, ma quella autentica degli operai, dei contadini e degli uomini di cultura che non avevano mai voluto piegare la schiena.

Diversi erano stati anche il contesto e il modo di combattere in Spagna e nella Resistenza italiana. Non più a viso aperto, faccia a faccia con il nemico, come a Madrid, a Guadalajara o sull'Ebro. La guerra dei Gap è altra cosa, più insidiosa, più difficile da affrontare. Incerto nei primi tempi perchè, insomma, uccidere per strada una persona che neppure si conosce, anche se nazista o fascista, non è cosa che si possa metabolizzare facilmente. Giovanni Pesce impiega una settimana intera a pensarci, nella solitudine della sua stanza clandestina di Torino, e notti insonni prima di decidere. Ma poi, superata quella sottile linea rossa, diventa un impareggiabile maestro di logica militare. Mille volte la morte cerca di ghermirlo. Mille volte deve dominare la paura, sempre presente e sempre, paradossalmente, accanto a lui come migliore alleata, suggeritrice di astuzie repentine e di riflessi non programmati ma pronti a scattare al giusto momento.

Il Pesce di oggi è anche il Pesce di ieri? Sono tante le stagioni di un uomo che supera la boa degli ottanta anni. Il volto che mostra nella foto del matrimonio un paio di mesi dopo la Liberazione accanto a quello della sua amatissima Nori non è, naturalmente, quello di oggi. Ma lo spirito e la sua voglia di cambiare il mondo sono rimasti immutati. Se si può definire giovane un uomo di ottantasette anni, e noi crediamo di si, questo uomo si chiama Giovanni Pesce. Gli è rimasta attaccata la polvere della miniera de la Grand' Combe, la terra nel sud della Francia dove emigrò, ancora bambino, con la famiglia negli anni '20, per sfuggire alla miseria e al regime. Le schegge di una granata franchista le ha ancora nella carne e ne condizionano, in qualche modo, il suo modo di vivere. Il sole di quella giornata dell'ormai lontano aprile del 1947, nella più grande piazza di Milano, con Umberto Terracini, il presidente della Assemblea Costituente, che è anche un compagno con comuni ideali, che gli appunta la medaglia d'oro sul petto, continua ancora a scaldargli il cuore, anche se il suo personale "Spoon river" ha allargato di molto i confini.

Sono tanti i morti alle sue spalle, ma questa è la legge per chi ha l'amaro privilegio dell'età ed è una legge, peraltro, che Pesce accetta serenamente. Pensa, tutto sommato, di aver speso bene la sua vita, anche se non ama enfatizzarla e, difatti, può sembrare incredibile, ma l'immagine che lui ha di se stesso è quella, nella sostanza, di una persona di buon senso. Così gli piace definirsi e quando afferma che alla fine della lotta, se non ci fosse stata Nori, che mai e per nessuna ragione avrebbe accettato di allontanarsi dalle sue radici milanesi, sarebbe tornato in Francia a fare il minatore, è solo e semplicemente la verità. Ma non è che si sia mai sentito un Cincinnato. È che si sente a suo agio in mezzo a gente semplice, tutto qui. Un bicchiere di vino, meglio se di ottima qualità, canzoni della Spagna e della Resistenza, l'allegria di molti compagni, uomini e donne che gli stanno attorno, queste sono le feste che preferisce.

Il buon senso l'ha sempre guidato nel corso della sua vita. C'è contrasto fra questo suo modo di vedere e i rischi mortali che ha affrontato, con libera scelta, in tante occasioni? Lui lo negherebbe, aggiungendo che quello che ha fatto è quello che si doveva fare e che se l'ha sempre scampata è anche perché la fortuna, nei momenti di maggior pericolo, gli è sempre stata vicina. Fortuna ma anche esperienza, disciplina ferrea, rispetto assoluto delle regole della clandestinità. Pesce direbbe, senza alzare la voce, perché questa è un'altra sua dote particolare, il marchio indelebile dell'autocontrollo in ogni circostanza, anche la più disperata, che ci sono valori per non venire meno ai quali molti suoi compagni di lotta hanno dato la vita. Valori veri, però, condivisi da grandi masse popolari, non velleitarismi fra l'infantile e il piccolo borghese come quelli, per esempio, proposti dall'amico editore Giangiacomo Feltrinelli, il cui ricordo, peraltro, continua ad essergli caro e il cui affetto riversa oggi sul figlio Carlo.

Ma perché questo libro, oggi, nel 2005, a sessant'anni di distanza dal 25 aprile del 1945, il giorno più bello della nostra Repubblica? Perché racconta la storia di un uomo che ne ha viste tante e che ha saputo comportarsi sempre con cristallina coerenza? Sì, anche.

Nella odierna società dello spettacolo, nella quale predominano gli uomini e le donne di facile successo, dove le classifiche che contano sono sottomesse ad un rovesciamento di valori, raccontare la biografia di un italiano che ha creduto e continua a credere che non tutto sia monetizzabile ci è parso importante, specialmente verso le nuove generazioni.

Chi è allora Giovanni Pesce?

Nato nel 1918 in un paesino del Piemonte, Visone (da qui il suo leggendario nome di battaglia), un tutt'uno con Acqui Terme, da bimbo viene portato oltr'Alpe, comune destino per migliaia di concittadini, perché il padre non trova lavoro senza la tessera del partito nazionale fascista, una tessera che non vuole. A la Grand' Combe, frequenta a malapena le scuole elementari e, subito dopo, per aiutare la famiglia, fa il guardiano di vacche, lontano da casa e solo, in una vecchia baracca di montagna, unico amico un cane pastore, Medoc, di cui a distanza di tanti anni non ha dimenticato il nome e che ricorda con grande tenerezza. A quattordici anni scende in miniera, fierissimo "muso nero", orgoglioso di dividere la fatica con persone più adulte e di portare in famiglia una volta al mese un mucchietto di soldi, 150 franchi, utili per rendere meno magri i pasti quotidiani. Nelle ore libere, frequenta la sezione del partito per coordinare l'azione dei giovani comunisti e organizzare, di tanto in tanto, spedizioni nella vicina Nimes, ma anche, in una storica occasione, nel giugno del 1936, a Parigi, per festeggiare la vittoria del "Fronte popolare" e per visitare la sede dell'Humanitè, il giornale che "Jeanu", così viene chiamato Giovanni Pesce da quelle parti, diffonde tutte le domeniche. Emozionante è l'impatto con Parigi, una città affascinante, piena di luci e di colori, tanto grande da non vederne mai la fine, con molti palazzi uno più bello e maestoso dell'altro e, fra questi, il "Louvre" dove ci sono tanti capolavori di maestri italiani i cui nomi però, allora, gli sono sconosciuti.

È lì che sente dire per la prima volta che la Spagna aspetta dei volontari per combattere contro i fascisti che vogliono strangolare la repubblica. Il nostro "Jeanu", con l'ardore e la passione della sua verde età, lascia la casa e il lavoro per non mancare a quello storico appuntamento, che precorre di poco lo scoppio della seconda guerra mondiale. Combatte e viene ferito più volte e una in modo grave. Seguono l'amarezza della sconfitta, il ritorno nella sua cittadina francese e, poi in Italia, dove, come per tanti altri compagni, l'attende l'arresto, il processo, il carcere e, scontata la reclusione, il confino a Ventotene, la grande scuola per gli antifascisti e, per lui, ginnasio, liceo e università, tutt'insieme. I nomi e la vita dei grandi italiani che ignorava, da Macchiavelli a Gramsci, e lì che impara a conoscerli. Poi i diciotto lunghi, tribolati, esaltanti mesi della Resistenza, descritti con efficace realismo nel suo libro "Senza tregua", intitolato nella prima edizione "Soldati senza uniforme".

Finita la guerra Giovanni Pesce è un uomo di ventisette anni, felice sposo di Nori, "Sandra", la prediletta staffetta partigiana, arrestata e torturata dai nazisti, reduce dal lager di Bolzano-Gries dopo sei mesi di penosa detenzione. "Rivoluzionario di professione", come si usava dire allora, Pesce assume ruoli di varia responsabilità, per alcuni anni è segretario provinciale dell'Anpi di Milano e, dopo l'attentato a Togliatti dell'estate del 1948, viene chiamato a Roma come responsabile della Commissione di vigilanza dei maggiori dirigenti comunisti. Ogni giorno vive a contatto con il segretario generale del partito e con Pietro Secchia che ne è il "vice" e il potente responsabile della Commissione di organizzazione. Un lavoro duro e snervante, ma gratificante, di cui si sente orgoglioso. Un'esperienza che gli procura anche tanta amarezza per le incomprensioni e anche le ostilità nei suoi confronti, che ritiene inspiegabili e insopportabili, al punto, dopo un anno, da sbattere la porta e tornare a Milano, dove comincia una vita diversa, non più dedicata a tempo pieno al partito. Dopo un periodo di grave difficoltà che non dimentica, si mette a vendere grosse partite di caffè e si guadagna un'esistenza da benestante. Attiva le sue straordinarie capacità organizzative per mettere in piedi una delle prime associazioni milanesi di vigilanza, la "Città di Milano" ma non dimentica i suoi impegni politici né i suoi compagni di lotta, sia come consigliere comunale per oltre un decennio, consigliere di amministrazione della clinica "Macedonio Melloni", dirigente dell'Anpi, presidente dell'Associazione dei combattenti volontari antifascisti di Spagna. È lui a 60 anni di distanza dall'inizio della guerra civile, a ritornare nel 1996 a Madrid (dopo un primo viaggio nel 1978 fino a Guadalajara quando in quel Paese era tornata da pochissimo la democrazia) a capo di una delegazione italiana, ripercorrendo con altri compagni di tutto il mondo delle Brigate Internazionali i luoghi delle tante battaglie contro i franchisti.

La determinazione nella lotta politica, malgrado la tarda età, resta tuttoria prioritaria. Scrive saggi, articoli per i giornali, libri di memorie, frequenta il Partito della Rifondazione comunista, il "suo" partito dove porta il contributo della sua saggezza e delle sue idee.

Con noi Giovanni Pesce ha parlato per intere giornate e per lunghi mesi dopo alcune iniziali titubanze non perché fosse contrario per principio all'idea di raccogliere in un libro la sua vita, sinora descritta solo negli aspetti squisitamente militari, ma perché temeva di non sapere muoversi con puntualità nella memoria, rivelatasi alla prova dei fatti ancora vivissima, per descrivere il vissuto, le tappe principali, gli snodi fatali sempre al passo con gli interessi superiori del Paese, le circostanze particolari, forse marginali ma che facevano rivivere episodi indimenticabili.

Le nostre insistenze sono state alla fine premiate e così ha preso corpo nel salotto di casa, ma anche in ufficio o al ristorante, o sulle rive di un lago o in un'amata trattoria dalla cucina "povera" ai confini con la Svizzera, attraverso un progetto frutto di uno studio concordato ma anche con digressioni improvvise che spostavano i fatti in avanti o all'indietro di alcuni decenni, con richiami ai documenti d'archivio, a immagini fotografiche, a libri, una coinvolgente chiaccherata dipanatasi fra emozioni, fatiche, pause di riflessione e anche parentesi di commozione. Tutto questo senza alcun carattere celebrativo e nessuna concessione alla retorica, semmai il contrario, affermazioni perentorie, giudizi senza appello, concetti espressi nella loro sintesi estrema. In alcune circostanze, quando il tema politico si faceva più scottante, la risposta alla domanda si è liberata in un proficuo dibattito, uno scambio di idee, caldo, appassionato.

Giovanni Pesce ha saputo comunque sempre reggere alle tempeste, "hombre vertical" come diceva Sandro Pertini delle figure fatte di acciaio, battendosi nella sua esistenza anche senza il fucile, a testa alta, con i connotati della dignità e dell'orgoglio, mai isolato perché il rifugio in cui si riparava era tonificato dalla cultura del sacrificio e della libertà.

E' stato, il nostro, possiamo dirlo con franchezza, un viaggio di verità e di coraggio di cui gli siamo grati, che valeva la pena di affrontare e che investe l'intero secolo ventesimo, il secolo delle due guerre mondiali, della Rivoluzione d'Ottobre, di Hiroshima e Nagasaki, del riscatto di molti popoli coloniali, di infinite tragedie, prima fra tutte la Shoa e di molti sogni che, nonostante le tante lotte e i tanti lutti, non si sono tradotti in realtà.

Ma il compagno Pesce non demorde. Il suo sogno non si è infranto. Lui continua a credere che il messaggio della speranza sarà portato avanti da altri uomini e da altre donne, fino alla vittoria. La vecchia bandiera rossa, con la falce e il martello del nascente socialismo, del popolo del "Quarto Stato", lui non l'ha ammainata. Ma intendiamoci, non è che si senta un vecchio nostalgico chinato sul passato. Tutto il contrario. Come sempre è nel futuro che proietta la sua fiducia e la sua speranza, il suo ottimismo della volontà.

Questo è Giovanni Pesce e di Giovanni Pesce c'è parso importante seguire il cammino. Ma non solo questo è il motivo del libro. L'abbiamo scritto soprattutto per mantenere vivo il ricordo di quegli anni di ferro, di fuoco e di sangue vissuti e combattuti per ridare dignità al nostro Paese, per difendere con la voce di un protagonista i principi della Costituzione, il terreno da cui prendono forma e sostanza i valori della libertà e della giustizia. E' la fiaccola che ha accompagnato ad ogni passo il cammino di questo moderno rivoluzionario. Ce n'è estremo bisogno oggi, e tanto, di questa azione di difesa per contrastare la manovra, non nuova nella storia, che vorrebbe omologare ogni cosa, i "ragazzi di Salò" e i partigiani, le vittime e i carnefici, per poi trasformare tutti i fatti in una odiosa, maleodorante poltiglia, spianando la strada verso un orizzonte arido di contenuti, su cui far prosperare pericolosi progetti politici. 

Varese, marzo 2005

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